Cieli bassi della Francia del Nord, pioggia fine tra gli abeti. In una radura, alcuni archeologi cercano tra i resti di un campo militare romano del quarto secolo. Dal terriccio saturo di frammenti di coccio, sbuca a un certo punto un testone di pietra arenaria, primitivo e calvo, più simile al guanto di un pugile che a un ariete. Si scava ancora, ed ecco emergere anche il busto, percorso per tutta la lunghezza, fino al mento, da un enorme sesso maschile. Gli esperti riconoscono al volo limpressionante inquilino del "Castrum". E Freyr, il Dio germanico della fertilità, adorato dagli stessi popoli che hanno distrutto le legioni di Augusto nella Selva di Teutoburgo. Una preda di guerra? Niente affatto: è un idolo dei legionari stessi, sistemato accanto alle statue degli dei olimpii, lì sulle retrovie del Limes imperiale. Domanda: che ci faceva il simbolo di pietra del nemico in mezzo alle aquile e ai fasci littori? Nella logica dello scontro di civiltà, non sarebbe come scoprire oggi un Corano in arabo nello zaino di un soldato americano in Iraq? Cè la risposta: prima dello scontro cera stato lincontro. Nel quarto secolo le legioni si erano già "barbarizzate"; avevano inglobato nei loro ranghi contingenti germanici, goti e vandali con tutto il loro armamentario di dei, idoli, usanze. "Franco nel civile, sono soldato romano sotto le armi", si legge in una lapidaria iscrizione tombale di quel tempo. Era chiaro: per reggere allurto della "grande immigrazione" limpero aveva dovuto assumere una struttura "federale", accogliendo nel suo territorio popoli stranieri purché questi accettassero di difendere il Limes con le armi. I due mondi - Mediterraneo e mondo continentale - si erano sfiorati e annusati a lungo prima di scontrarsi. E duro assai a sgretolarsi limmaginario occidentale - greco-romano o giudaico-cristiano non importa - che vede larrivo dei barbari come unorda selvaggia che rompe gli argini, sfonda una muraglia, dilaga stupefatta su terre che non conosce, passa come un caterpillar su templi, strade selciate, acquedotti, palazzi e ville patrizie. Un flagello, una massa incontenibile di guerrieri forti e incorrotti che scardina le difese di una popolazione decadente, i suoi guerrieri effeminati, i suoi affaristi imbroglioni, ne rade al suolo le città, ne rifiuta e ne abbatte gli dei millenari per sostituirli con i propri. Niente di più sbagliato per raccontare unepoca che fu invece di coabitazione, quella da cui nasce il mondo cristiano, che a impero defunto diventa veicolo di romanizzazione in terre mai toccate dalle legioni. Tempestose scogliere dIrlanda, ventosa Danimarca alle porte del Baltico, cupe foreste di Sassonia, steppe oltre il Tibisco. La stessa parola "invasioni" è depistante, perché riduce a evento da rotocalco quello che fu un processo lungo di osmosi, prima che di confronto e scontro; una coabitazione, che prolungò la vita dellimpero anziché accelerarne il crollo. Insomma, i popoli venuti dal Nord e dalle steppe eurasiatiche vanno riabilitati, riletti come civiltà: è quanto ci dice la mostra "Roma e i Barbari, nascita di un nuovo mondo" che dal 26 gennaio sarà aperta per sei mesi a Palazzo Grassi, Venezia, campo San Samuele 3231. Una massa di reperti che travolge, sbriciola stereotipi, evoca laffresco grandioso di unepoca lunghissima. Dieci secoli, fino al tempo dei vichinghi, dei magiari e degli slavi. Ultime retroguardie delle turbolenze iniziate poco dopo lepoca di Augusto. Allinizio, il barbaro è nientaltro che il trofeo. La misura stessa della potenza dellimpero è data - su colonne, scudi, sarcofaghi e archi di trionfo - dalla quantità di corpi nudi e barbuti massacrati dalle legioni, arrotati da quadrighe o inginocchiati con le mani legate dietro la schiena. E questo il senso dellerculea statua decapitata del prigioniero gallo scoperta in Francia a Saint Bertrand-de-Comminges; e lo stesso può dirsi delle immagini truculente di battaglia che circondano il sarcofago del Portonaccio a Roma, oppure del cammeo col trionfo di Licinio imperatore, i cui cavalli calpestano un tappeto di corpi nemici, aprendosi a ventaglio come quelli di San Marco a Venezia. «Il tema della supremazia di Roma sullOrbe è rappresentato in mille varianti da un perfetto sistema di propaganda» spiega Jean-Jacques Aillagon, 61 anni, curatore della mostra ed ex presidente del centro Pompidou a Parigi. «Roma è la prima civiltà che usa limmagine per diffondere lidea di se stessa e del mondo». Unimmagine così forte, così venerabile, che il sogno resterà intatto anche dopo il crollo, vedrà nei barbari i suoi più accesi sostenitori, e si reincarnerà da Carlo Magno in poi nellidea di Sacro Romano Impero Germanico, di cui lAustria-Ungheria fu lultima immagine terrena. Teodorico a Ravenna e Alarico a Tolosa pretendono di essere imperatori; re visigoti e longobardi battono monete che li vedono rappresentati alla romana; alcuni di loro - consapevoli di non poter rivaleggiare con i monumenti del passato - si preoccuparono di restaurarli. Lacquedotto di Ravenna o le terme di Cartagine sono giunte in ottimo stato fino a noi grazie ai barbari invasori. Tempo fa un abitante di Magonza mi parlò con commozione e orgoglio del "Castrum", il campo romano della sua città. Maccorsi che mai nessun italiano avrebbe vantato con tanta fierezza il passaggio delle legioni. Mi chiesi come mai gli eredi dei barbari Germani ricordassero Roma con più partecipazione dei latini. Cosa poteva spiegarlo se non il fascino che il mito imperiale, la sua formidabile organizzazione, la sua logistica, avevano esercitato sui popoli del Nord e del lontano Oriente? Era chiaro: la leggenda di Roma era sopravvissuta alla periferia dellimpero meglio che nel suo centro papalino, dove un altro potere - un altro monarca circondato da ori, incensi e canti gregoriani - aveva cancellato il vecchio mondo dopo averne accelerato la dissoluzione. Erano rozzi e incolti? Ma quando mai. Aristocrazie barbare e romani avevano gli stessi modelli di autorappresentazione. Limperatrice Amalasunta, sesto secolo, è in tutto e per tutto bizantina; la figlia di Teodorico lostrogoto ha scettro, corona, globo e dalmatica; abbina magnificamente la potenza del Nord con la raffinatezza dOriente, è una valchiria nei panni di Teodora, imperatrice costantinopolitana. E che dire della croce votiva visigota di Cluny, capolavoro di oreficeria e omaggio commovente alla Chiesa di Cristo, oppure della fibbia vandalica trovata a Cartagine, tutta europea nellanima, segno che laltra sponda del Mediterraneo - quella che diede origine a SantAgostino - fece parte del nostro mondo prima di essere risucchiata dal Jihad. Per non parlare del reliquiario merovingio dellabbazia di Sain Maurice dAgaune, nel Vallese, Svizzera, barbarico cofanetto che ingloba un cammeo classico e dopo quattordici secoli esce per la prima volta dalla sua teca claustrale per volare allestero. Roma ebbe imperatori africani e illirici, si collegò alle classi dirigenti straniere cooptandole nel senato, costruì a suo favore una rete di complicità internazionale di cui solo la massoneria inglese al tempo della regina Vittoria può dare una pallida idea. Secondo Monique Veaute, amministratrice di Palazzo Grassi, Roma è un esempio perfetto di "bon usage dellimmigration", e sembra che sbatta questa realtà sul muso degli stati-nazione dEuropa che oggi vedono le loro banlieues in fiamme e i loro immigrati in perenne stato daccusa. Georges Duby scrive che i barbari di allora «avevano un solo desiderio: integrarsi. E per integrarsi veramente era necessario farsi cristiani». E accaduto per Longobardi, Goti, Vandali, Alemanni, Svevi, Franchi, Daci, Sassoni e Angli. Perché oggi non accade? Forse perché il cristianesimo sapeva "inculturarsi" meglio nei nuovi popoli, tirandoli a sé senza togliere nulla alle loro identità? O perché lidea romana dellecumene si è estinta con la fine degli imperi e il trionfo delle nazioni? Lemblema della mostra è un busto aureo di Marco Aurelio, limperatore-filosofo che muore combattendo sul Danubio. Questo reperto eccezionale, prestato a Venezia dopo estenuanti trattative dal museo Romains di Avenches in Svizzera, simboleggia il destino dellimpero, il suo apogeo e la sua decadenza. Era il tempo in cui le legioni, irrobustite di nuovo sangue barbarico, avevano raggiunto il top della loro potenza durto. Ma lOrbe era ormai troppo grande per resistere, in quel tempo senza telefoni, senza internet, treni e aeroplani. Le magnifiche strade romane non bastavano più, e lo sguardo di Marco Aurelio imperatore, perso verso le pianure infinite dei sarmati e dei daci oltre i Carpazi - le stesse da cui sarebbero sbucati gli Unni - sembra percepirlo come fato ineluttabile.
la Repubblica
19 Gennaio 2008
Si apre il 26 gennaio a Palazzo Grassi una grande mostra dedicata alle popolazioni che scesero in Italia dal Nord Europa
PA
Paolo Rumiz
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
📰 Articoli dello stesso autore
la Repubblica · 13 Gen 2005
Venezia mostra le sue rughe - Turisti stupefatti: il mare non c'è più. Immondizie e palizzate corrose emergono come dopo l'onda di ritorno di un maremoto
la Repubblica · 22 Gen 2006
L'ultimo ponte di barche, custode delle acque basse
la Repubblica · 6 Feb 2006
Vienna. Migliaia in fila al gelo per dire addio ai Klimt contesi
la Repubblica · 31 Lug 2007
VIAGGI - una dea di nome Cartago
la Repubblica · 9 Ago 2007
Racconto estivo: il ritorno di Annibale e la tomba del console
la Repubblica · 21 Dic 2008
PESCARA - Quei megastore a rischio sul greto del fiume Pescara. Il cemento avanza anche nelle zone alluvionabili
la Repubblica · 22 Mar 2009
Tav, Appennino a secco cento chilometri di torrenti inghiottiti dagli scavi
la Repubblica · 8 Mag 2009
PIATEDA (SONDRIO) La guerra dellacqua ora la Valtellina si ribella ai padroni di Milano
la Repubblica · 11 Ago 2009
CALABRIA - l'anno zero della Calabria
la Repubblica · 20 Set 2009
La grande ombra verde. Il richiamo della foresta
🔗 Articoli correlati
(stesse entità · ±2 anni)
Redazione Econews · 19 Gen 2006
MOSE: reazioni dei verdi all'avvio della procedura d'infrazione da parte dell'UE
l'Unità · 19 Gen 2006
Il Copernicano rimane a Monte Mario
La Nazione · 19 Gen 2006
A spasso per Firenze
il Giornale · 19 Gen 2006
Tesoro dei Savoia: Torino ci riprova
Libero · 19 Gen 2006
L Europa bacchetta l'Italia. Il Mose inquina troppo
Italia Oggi · 19 Gen 2006
Mose, l'Italia ha 90 giorni di tempo
Fonte non specificata · 19 Gen 2006
IMPIEGATO E TOMBAROLO. Un tesoro di reperti nel bagagliaio
Il Mattino · 19 Gen 2006
Giallo a Madrid Scultura di Serra sparita dal museo
Corriere della Sera · 19 Gen 2006
Dai Romani a Napoleone il potere è mostrare l'arte
l'Unità · 20 Gen 2006
Fori, trovata tomba del 1000 a.c.Il sovrintendente La Rocca: La copertura era un bellissimo tetto di pietra a capanna
La Gazzetta del Mezzogiorno · 19 Gen 2006
Bari - Signori architetti dov'è la bellezza?
Il Tempo · 20 Gen 2006
Chieti avrà un nuovo Sovrintendente
L'Espresso · 20 Gen 2006
I barbari culturali
la Repubblica · 20 Gen 2006
II sovrintendente: "Corredo ricco"
La Sicilia · 20 Gen 2006
Torna pezzetto del Partenone
Italia Oggi · 20 Gen 2006
Musei locali, più costo che cultura
Libero · 20 Gen 2006
Ridateci il tesoro dei Savoia
il Giornale · 20 Gen 2006
Il made in Italy sbarca in Cina a regola d'arte
Il Messaggero · 20 Gen 2006
ROMA: Una tomba preistorica sotto il Foro di Cesare
La Stampa · 21 Gen 2006
Venezia, dove c'erano i merletti ora c'è l'eros