Un luogo comune molto diffuso, spesso usato da giornalisti e da politici, afferma che l'Italia possiede la quota maggioritaria chi dice il 50, chi il 60 per cento del patrimonio culturale mondiale. Si tratta di una sciocchezza indimostrata e indimostrabile. Perché l'assioma fosse vero bisognerebbe conoscere la consistenza quantitativa dei nostri tesori d'archeologia e di arte e siamo ancora lontani dal conoscerla. Bisognerebbe inoltre conoscere, per il necessario confronto, la quantità dei beni culturali che il resto del mondo conserva. E qui siamo nel buio più totale. Chi ha mai censito e conosce i tesori della Russia e della Cina, dell'Algeria o del Cile? Dal momento che il confronto fra quantità incognite è ad evidenza impossibile, affermare che l'Italia possiede un tot più o meno grande di un intero sconosciuto, è una cervellotica sciocchezza. Il nostro primato, quello che ci fa davvero unici ed invidiati nel mondo, è un altro. E' un primato che è sotto gli occhi di tutti. La sua dimostrazione sta nella pura evidenza. Questo primato io lo chiamo il museo diffuso. Qui da noi infatti, con una frequenza e una evidenza sconosciuta ad ogni altra parte del mondo, il museo esce dai suoi confini, occupa le piazze e le strade, si moltiplica in ogni angolo del territorio. Tutta l'Italia è un museo sotto il cielo ma lo è in modo affascinante e intrigante perché, qui da noi, il museo partecipa della vita contemporanea, ospita le opere e i giorni degli uomini. Tutti conoscono Piazza della Signoria a Firenze o Piazza San Marco a Venezia, ma vi siete mai fermati, un pomeriggio d'estate, nelle piazze di San Severino Marche, di San Ginesio, di Osimo, di Ascoli Piceno? Tutti hanno visto, almeno una volta nella vita, i Botticelli degli Uffizi, ma quanti conoscono l'Annunciazione di Lorenzo Lotto che sta nel Museo Civico di Recanati, con la Madonna bambina che si gira sgomenta all'ingresso dell'Angelo e il gatto che scappa nella stanza? Chi si è fermato in ammirazione di fronte alla pala di Giovanni Bellini nella pinacoteca di Pesaro, al polittico di Carlo Crivelli sull'altare della parrocchiale di Belforte sull'Aso, agli affreschi dei fratelli Salimbeni, belli come un prato fiorito a primavera, nell'oratorio di San Giovanni a Urbino? Quanti hanno sostato nei centri storici di Filottrano o di Visso, di Serrapetrona o di Sarnano, di Cingoli o di Jesi? Se ho citato fin qui città e paesi delle Marche (ma potrei moltiplicare gli esempi dal Friuli alla Sicilia) non è senza ragione. È nelle Marche, infatti, nella provincia di Macerata, all'interno degli spazi attrezzati nella Abbazia di Chiaravalle a Fiastra (uno dei luoghi più belli e sconosciuti dell'antica civilissima Italia rurale) che oggi e domani si tiene un convegno dal titolo significativo: LE città invisibili. Non si parlerà delle città del mito e del sogno, quelle descritte da Italo Calvino in un libro memorabile. Si parlerà di città reali, delle cento e forse mille città dell' Italia minore, ignorate dal turismo dei grandi numeri. Per fortuna, qualcuno dirà, e con ottime ragioni. Nessuno si augura che Anagni diventi come San Gimignano, che Montepulciano o Guardiagrele assomiglino a San Marino. Il Convegno, promosso dagli assessori alla Cultura di Toscana, Marche e Abruzzo ha un obiettivo diametralmente opposto. Non il turismo di massa snaturante e omologante ma la conoscenza colta, la frequentazione avvertita e responsabile di quella Italia minore che è in realtà l'Italia più bella, la vera Italia. Quando si capirà che l'invidiabile privilegio di noi italiani, più dei capolavori conservati agli Uffizi, sono gli affreschi di Pinturicchio a Spello o quelli di Andrea Delitio nella cattedrale di Atri, sarà sempre troppo tardi.
E' l'Italia invisibile quella più preziosa
L'autore sostiene che l'affermazione che l'Italia possieda il 50 o il 60% del patrimonio culturale mondiale è una "sciocchezza indimostrata e indimostrabile". Per dimostrare il contrario, sarebbe necessario conoscere la quantità dei beni culturali conservati in Italia e confrontarla con quelli del resto del mondo. Tuttavia, poiché non esiste una censura globale dei beni culturali, questo confronto è impossibile. L'autore sostiene che il primato italiano è quello di avere un "museo diffuso", ovvero la presenza di opere d'arte e monumenti in ogni angolo del paese, che partecipa della vita quotidiana e non è confinato in musei.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo