Un giorno d'inverno del 1951 mancò poco che al giovane Gennaro Sasso, borsista dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici «Benedetto Croce», non venisse un colpo. Se ne stava alla scrivania, immerso nello studio e nel silenzio ovattato della biblioteca quando, sullo stipite della porta dagli stucchi dorati, apparve il filosofo in carne e ossa. Praticamente un mito per i corsisti di quel 1951-52, tra cui c'erano Girolamo Arnaldi e Luigi Pedrazzi. Ma per il ragazzo Sasso, Croce era un mito «da studiare, non da divinizzare», come ebbe l'audacia di sostenere in un confronto con Alfredo Parente, professore in un corso giudicato da Sasso «a mezzo tra la divinizzazione di Croce e l'invenctio contra fideles». Anche il fatto che ad avere assunto la direzione del «Croce» dal 1986 sia stato, dopo Chabod e Pugliese Carratelli, quello stesso Gennaro Sasso, è un significativo indizio d'identità sullo stile dell'Istituto, che domani infrangerà la consuetudine misogina tipica delle istituzioni culturali inaugurando l'anno accademico con una prolusione tenuta da una studiosa, Emma Giammattei. Alla vigilia dell'inaugurazione, però - che è una sorta di festa della cultura italiana capace di riunire molti tra i tanti ex borsisti che hanno dato lustro all'Istituto - ai piani nobili del palazzo di via Benedetto Croce che ospitano la Fondazione, l'Istituto e la biblioteca distribuita su due piani, c'è un'atmosfera preoccupata. Marta Herling, nipote del filosofo, erede del ruolo familiare di genius loci del palazzo Filomarino, ne spiega il motivo: il venir meno di fondi della struttura ordinaria, una volta assicurati dalla Banca Commerciale fin dai tempi di Raffaele Mattioli e dal Banco di Napoli, in seguito ai noti cambiamenti del mondo bancario. E dal canto suo Gennaro Sasso lancia un allarme diretto, esplicito: «Per fortuna riceviamo il sostegno degli enti locali e in particolare della Regione Campania, ma con i tagli dei ministri Tremonti e Moratti, anche i finanziamenti pubblici sono ormai in forse, e i nostri bilanci sono più che dimezzati. Questo ha già portato a una contrazione delle borse di studio, scese a dodici, alla sospensione delle pubblicazioni in corso, degli abbonamenti alle riviste, dell'uscita degli Annali». A rischio, insomma, è la sopravvivenza di una delle più prestigiose istituzioni culturali italiane. «Certo, l'Istituto non è un'azienda né ha una cultura di tipo aziendale», afferma Sasso. «Può darsi che qui s'insegnino cose che non dicono molto a chi ci governa e che, se comprese, neanche piacerebbero. E' vero, non produciamo denaro, però idee sì, e talenti: basta scorrere l'elenco dei borsisti passati di qui». Dal 1947 in poi s'incontrano nomi come quelli di Romeo, De Felice, Villari, Galasso e tanti altri. La biblioteca, poi, con i suoi 120mila volumi, è un servizio e un contro di attrazione costante per studiosi in arrivo anche dall'estero. Che altro dire per sollecitare attenzioni sulla «creatura» voluta da Croce cinque anni prima di morire? «Solo una cosa» aggiunge Sasso. «Dall'Istituto non escono voti, e forse questo è il suo guaio, però vengono fuori talenti liberi, e libri. Chi oggi ci nega i finanziamenti farebbe bene a leggerli».