Avrà sede a Ferrara, città di solide e antiche tradizioni israelitiche, ma sarà presieduto da un veneziano: il Museo Nazionale della Cultura ebraica, la cui nascita è stata annunciata ieri in una conferenza stampa dal ministro Rutelli, verrà guidato dallo scrittore Riccardo Calimani verso il primo traguardo, quello dell'inaugurazione, previsto per il 2011. Cioè per il centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia. E se nel 2008 ricorre il settantesimo anno dalla promulgazione delle cosiddette leggi razziali, la vocazione insieme storica (sottolineatura del contributo reso dagli Ebrei alla formazione dello stato nazionale e della stessa identità culturale italiana) e risarcitoria (riconoscimento morale dei torti subiti dalla comunità ebraica italiana nel corso del Novecento) appare chiarissima. Il Museo nazionale sarà amministrato da un consiglio in cui, oltre al presidente Calimani, siedono anche vari esponenti della cultura e della società civile ebraica italiana (fra i quali il giornalista Gad Lerner e il presidente delle Comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna): esso non si limiterà a conservare e ad esporre cimelii storici e documenti relativi all'ebraismo italiano. Sarà invece un centro di ricerca e di documentazione destinato a diventare un punto di riferimento per l'ampio filone di studi che in ambito storico, filosofico, letterario e sociologico si dedica oggi a una cultura che come nessun'altra è consustanziale al ceppo della civiltà occidentale. E di quella europea, le cui radici ebraico-cristiane potranno anche essere obliterate dalla convenienza o dalla pusillanimità politica, ma sono evidenti a chiunque legga la storia con occhio sgombro di pregiudizio. Fin troppo tardi nasce un simile museo in Italia: se in altre nazioni europee (ad esempio in Germania, a Berlino, lo Jüdisches Museum) la presenza di analoghe istituzioni è legata soprattutto all'impellente necessità di non dimenticare la tragedia dell'Olocausto, è significativo che un National Museum of Jewish History si trovi (negli Stati Uniti, a Philadelphia), a una manciata di iarde da quello che viene chiamato il «miglio quadrato più antico d'America», cioè dalla culla della moderna libertà democratica. Sono pochi i grandi paesi occidentali che non possano vantare un simile legame originario, più o meno forte: quanto esso sia profondo e significativo in Italia lo si potrà ora capire anche meglio grazie all'iniziativa ferrarese. Sempre che essa non resti, come tante intraprese della cultura italiana, solo la manifestazione di un proposito buono e inattuato, o concretamente inattuabile.