Un'effervescenza di consapevolezza e di iniziative. Il panorama dei musei ecclesiastici italiani è in continua crescita. Ogni anno, negli ultimi tre anni, sono state inaugurate o rifatte ex novo, mediamente, una ventina di nuove strutture a conservazione e tutela dei beni culturali. Strutture talvolta piccine, sempre legate all'identità locale, ma spesso d'eccellenza per qualità delle collezioni e del lavoro. Resta il dato, che risulta senz'altro eclatante, un segno di vitalità e passione, imparagonabile con la realtà dei musei statali. Ciò non toglie che questo patrimonio, e le comunità che ne sono depositarie, si trovino ora di fronte a un passaggio delicato, su cui ci si confronterà da oggi nel convegno indetto a Catania dall'Amei, l'associazione musei ecclesiastici. Ne parliamo con monsignor Giancarlo Santi, presidente Amei e responsabile dell'ufficio beni culturali della Cei. Qual è la ratio di questo importante appuntamento, il punto su cui riflettere? «Tutto deriva dalla nuova legislazione ministeriale che ha, in qualche modo, cambiato il nostro scenario. Si tratta dell'"Atto di indirizzi sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei" datato 25 luglio 2000. Detto così, in burocratese, pare una qualunque circolare; in realtà è una normativa fondamentale per stabilire quella che, in Italia, consideriamo la fisionomia di un museo. Un documento cruciale, anche perché frutto di un lavoro concordato fra diversi soggetti in campo. In pratica, vi si indicano le linee non soltanto per aprire, ma anche per sostenere i musei. Tutti gli istituti museali - grandi e piccoli, pubblici e privati - saranno obbligati ad attenervisi. Naturalmente, anche i musei ecclesiastici dovranno allinearvisi, sia pur gradualmente. Si tratta, finalmente, di una "carta costituzionale" dei musei che innanzitutto va conosciuta, e questo è uno dei fini principali dell'incontro di Catania. Tanto per fare un esempio, il documento ministeriale prevede giustamente che cogni museo abbia un proprio statuto, che ogni vescovo dovrà definire. La passione dei fondatori e dei volontari rischia di restare debole, senza una definizione statutaria, istituzionale. A Catania l'Amei presenterà a tutti, per facilitare le cose, uno schema-tipo di statuto, elaborato da un gruppo di lavoro piemontese. Altri aspetti del documento riguardano, per citare quelli significativi, la ricerca scientifica che non può essere mera conservazione, e i bilanci. Tutte questioni centrali». Qual è, attualmente, la percezione del problema da parte dei responsabili diocesani (vescovi, direttori, curatori, commissioni, ecc.)? «Il clima generale, diffuso, è di entusiasmo creativo, in cui prevale il desiderio di fare, di "esserci". Non per niente stanno nascendo sempre nuovi musei. I semi gettati nella Chiesa del secolo scorso stanno dando frutti, che però vanno aiutati a crescere, cominciando dalla loro comunicazione all'esterno, al pubblico». Come pensate di far entrare nei principali circuiti del turismo culturale nazionale queste realtà, storicamente dense ma il più delle volte sconosciute fuori dell'ambito territoriale? «Cercheremo di incrementare il sito internet dell'Amei, predisponendo anche una ricca guida a stampa, per ora limitata ai musei della Sicilia. Si tenterà anche di sviluppare la collaborazione con gli enti turistici a tutti i livelli, dal regionale al comunale. Si dovrebbe adottare uno "stile Milano", città dove le iniziative del Museo diocesano vengono pubblicizzate in strada, e anche nel metrò». Un aggiornamento degli standard comporta spese e investimenti ingenti. Si tratta di un problema... «La questione va messa a fuoco, senza sottovalutarla, ma neppure sopravvalutarla. Anche se i musei non sono imprese che devono primariamente produrre reddito, un progetto valido di museo porta con sé le premesse per una buona gestione economica. Attualmente i musei diocesani vivono di sovvenzioni pubbliche (contributi ministeriali dai fondi del lotto, ma pure regionali) nonché di erogazioni della Cei e diocesane. L'obiettivo, però, è reperire autonomamente le risorse sul territorio, cercando per quanto e possibile di chiudere i conti almeno in pareggio. Esemplare il caso proprio di Catania, con un bellissimo museo diocesano che è addirittura in attivo». Fin qui restiamo nel campo delle sane e sensate indicazioni di marketing. Rimane però una questione di fondo, che è quella dell'identità, dello specifico di questi musei. «Certo, Perché queste istituzioni sono ecclesiali, espressioni di un mondo la cui storia deve essere espressa e custodita nella statuto. Musei, biblioteche, archivi diocesani e delle famiglie religiose sono infatti espressioni della fede cattolica in Italia; delle storia ecclesiale del nostro Paese, così com'è stata vissuta dal territorio. Il museo della Chiesa locale non può coincidere con l'idea centralistica di museo propria della cultura illuministico-risorgimentale, perché si tratta di istituzioni diffuse fra parrocchie, confraternite, ordini, con fortissimi legami locali».