Quando tra 12 mesi o tra un paio di anni (le previsioni ufficiose sono per i primi del 9) si inaugurerà a Roma il Maxxi di Zaha Hadid, Pio Baldi non sarà più direttore della Darc. È stato rimosso, infatti, a dicembre dalla carica che occupava dal 2001, quando la Direzione era stata appena costituita. Eppure Baldi sulla scommessa della costruzione del museo aveva puntato, con, tutto sommato, positivi risultati. I ritardi sul programma non sono imputabili a lui e, inoltre - lo dimostrano le vicende dell'auditorium di Renzo Piano e dell'Ara Pacis di Richard Meier - inaugurare una struttura dopo quattro o cinque anni dalla data prevista per il completamento, con lo stato disastrato delle nostre opere pubbliche, può considerarsi un successo. L'allontanamento è stato motivato con asettiche ragioni burocratiche: un decreto legislativo che prevede l'avvicendamento dei dirigenti generali di ruolo da oltre tre anni. Sono numerosi, però, i commentatori che lo hanno letto come un segnale di sfiducia del ministro Rutelli verso una gestione che, se sì escludono poche iniziative, tra le quali appunto quelle legate alla realizzazione del Museo (su cui Baldi manterrà la supervisione), è stata complessivamente deludente, se non fallimentare. Ad avallare questa interpretazione è lo spostamento dell'interessato a incarichi dì studio e la rapidità con la quale è stato fatto circolare un documento pro Baldi firmato da una sessantina di estimatori - e dicono i maligni: qualche beneficiato - che hanno chiesto al ministro un ripensamento. Il documento vanta i successi della Darc: il censimento delle architetture italiane del secondo Novecento, le mostre di architettura, la promozione dei giovani architetti e della qualità in edilizia attraverso lo strumento dei concorsi. In realtà giovani architetti ne sono stati promossi ben pochi e, oltretutto, già noti: nel senso che nessuno è stato scoperto attraverso le iniziative firmate Darc. L'impegno per la qualità è stato modesto. E se pure ha portato a qualche concorso, tra cui sei recentemente banditi nel Meridione, non ha messo in discussione il poco affidabile sistema concorsuale italiano: in primis nella scelta dei giurati. Anzi, molti sono rimasti basiti che proprio Pio Baldi, che avrebbe dovuto essere un osservatore super partes, ha invece fatto parte di troppe giurie. II censimento delle architetture italiane del secondo Novecento, che si sarebbe potuto redigere in poco tempo, non è stato ancora completato dopo sette anni di attività della Direzione. Mentre alcuni episodi, come per esempio la demolizione dell'Ala Cosenza a Roma, fanno dubitare dell'impegno della Dare nella tutela delle opere contemporanee. Le mostre non hanno contribuito significativamente alla divulgazione dell'architettura tra i non specialisti, e, come testimonia la povertà dei cataloghi, non hanno stimolato la ricerca scientifica né delineato una strategia culturale di rilievo. Perché ciò fosse potuto avvenire, sarebbe occorsa una regia autorevole in grado di operare scelte decise. Si è optato, invece, per iniziative a pioggia costruite per non scontentare nessuno: i politici che si sono succeduti alla direzione del Ministero, i burocrati ammalati di tradizionalismo e nostalgia, l'accademia e altri poteri più o meno forti. Il risultato è stato l'opacità o, peggio, l'inutilità. In qualche caso anche il ridicolo, come è avvento per esempio in una mostra dove Gregotti, critico, lodava il proprio lavoro d'architetto. Motivo per il quale credo che si possa dire che la direzione di Baldi non ci mancherà. Speriamo solo, conoscendo la ancora più scarsa propensione degli altri dirigenti dei Beni culturali per la contemporaneità, di non trovarci a doverla rimpiangere nel prossimo futuro.