Lo smaltimento dei rifiuti solidi costituisce, per il nostro Paese, uno dei più gravi problemi, in gran parte ancora insoluto a causa degli incolmabili ritardi delle pubbliche amministrazioni. Disapplicazione delle leggi vigenti, carenze varie, falsi scopi, insufficiente presa di coscienza: sono le cause della pessima gestione suddetta, che ha procurato e procura guasti non lievi alla salute e alle condizioni di vita dei cittadini, nonché allambiente e al territorio. Così, al pari di tutti gli altri problemi, anche quello dello smaltimento dei rifiuti solidi si esaspera e si aggrava nella realtà socio-economica e amministrativa - insieme disinvolta e sgangherata - del Paese e, in particolare, della Regione Campania. Quanto, poi, ai gravi danni arrecati da tale situazione al patrimonio ambientale, ne è conferma la seguente "cronistoria napoletana" dello sversamento dei rifiuti solidi. Negli anni Cinquanta, una commissione di tecnici, dei comuni di Napoli e di Pozzuoli, effettua sopralluogo nella zona. Tutti i pochi crateri non urbanizzati e meglio conservati vengono attentamente visitati luno dopo laltro. A conclusione dellispezione la commissione si ferma sul ciglio di uno di essi, il cosiddetto Senga: uno stupendo e integro catino vulcanico, ricoperto, come da un velluto, da una fitta selva di castagni. Natura, storia e leggenda hanno modellato e reso famoso quel luogo solenne. Formatosi dagli ultimi fuochi dei Campi Flegrei, esso è lunico cratere che conservi ancora una visibile e impressionante testimonianza geomorfologica del camino vulcanico dal quale era stato eruttato il fertile materiale che lo compone. Un oscuro, inesplorato budello, quasi verticale, che la leggenda vuole senza fondo, si apre al centro di esso con unampia fenditura; ed è essa che ha dato il nome a tutto il vulcano, ed è soprattutto essa che, per millenni, ha suggerito ai visitatori sensazioni di curiosità e di timore. Ma le singolarità della zona non si fermano qui; infatti, allinterno del cratere, esistono misteriosi ruderi di epoca imperiale, nonché i resti, ben conservati, di un sepolcreto romano. Gli alberi, che vi si stringono intorno, lasciano filtrare allinterno falde di luce che illuminano le volte, i sacelli e i loculi ornati di stucchi. A breve distanza, ancora uninaspettata visione: un vulcanello assai piccolo, ben nascosto agli sguardi indiscreti, formatosi nello spessore della parete del vulcano Senga. Probabilmente la sua origine è legata allapertura di una bocca avventizia, al termine delleruzione principale; fatto, questo, del tutto inedito localmente. Raccolto nella forma - quasi un cratere in miniatura - esso è caratterizzato dal verde cupo delle sue selve ombrose (ricche di specie sciafile) e, somigliando a un piccolo cesto, fornì lo spunto agli abitanti del luogo perché lo chiamassero 'O cufaniello. Dunque, la commissione indugia sullorlo dei due vulcani, poi un breve scambio didee tra i tecnici, che, infine, sono tutti daccordo: il posto è veramente eccezionale, un autentico colpo di fortuna è laverlo individuato. I due vulcani, preziosa e unica testimonianza nel territorio culturalmente più qualificato dItalia, hanno superato lesame. Essi sarebbero stati presto dotati di una strada che ne avrebbe percorso il ciglio: si sarebbe così costituita la zona ideale per gli scopi che la commissione si proponeva e cioè quelli di riversarvi dentro tutta limmondizia di Napoli e dintorni. Tuttavia la scelta - davvero "qualificante" - poteva trovare qualche ostacolo, ai fini della sua attuazione, a causa della prevedibile resistenza della gente del luogo, che, infatti, si manifestò subito preoccupata per il danno indotto alligiene dellambiente, fino ad allora assai salubre, e alle colture agrarie. Ma tale debole opposizione viene facilmente superata sul nascere grazie al fatto che le condizioni in cui vivono coloro che abbozzano la resistenza sono intollerabili, a causa dei ritardi dellamministrazione, che durano da sempre, ma ai quali si promette che si sarebbe finalmente ovviato. Le case della contrada, infatti, pur a breve distanza dal grosso centro abitato di Pianura, mancano di acqua e di luce; basta quindi la promessa che presto si provvederà a tale esigenza primaria affinché tutti ringrazino e restino, speranzosi, in attesa. Subito, dunque, si mette mano alle opere: le selve sono tagliate, i ruderi - forse neppure censiti dalla Soprintendenza alle Antichità - seppelliti e distrutti. Si traccia la via Epomeo - dal momento che i grossi mezzi della nettezza urbana non possono transitare allinterno di Soccavo - e un mare di immondizie viene incanalato verso i Campi Flegrei. Milioni di tonnellate di rifiuti solidi hanno così alimentato, per oltre trentanni, una discarica cosiddetta "controllata", ma che di controlli non ne ha visto alcuno. Affidata limpresa a una gestione privata, si è tollerato per decenni che i rifiuti fossero ammassati, contro ogni pratica igienica e contro le disposizioni vigenti in materia, senza ricoprirli con inerti. Il fetore si presentava insopportabile, mentre grossi ratti vi eleggevano domicilio e si moltiplicavano a legioni. Le condizioni igieniche erano assurde e, a rendere più allucinante la situazione (e i pericoli di infezione), migliaia di maiali venivano lasciati a pascere sui rifiuti, mentre un piccolo esercito di diseredati si aggirava tra i fumi della combustione della discarica (alimentata al fine di ottenere una riduzione del volume dei rifiuti solidi) per operare una cernita dei materiali recuperabili. Ma non basta: nella triste stagione del colera 1amministrazione comunale di Napoli, invece di provvedere finalmente a una corretta conduzione dello sversatoio, ha limpudenza di inviare agli abitanti del posto una cartolina-precetto perché si sottopongano a vaccinazione obbligatoria; la reazione è drammatica: per giorni quella povera gente si accampa nei pressi della discarica, così impedendo ai mezzi della nettezza urbana di sversare altra immondizia infetta nei crateri, ormai traboccanti. Dopo molti giorni di questo incredibile braccio di ferro il Comune finalmente fornisce rassicurazioni veramente "tranquillizzanti": limmondizia sarebbe stata quotidianamente ricoperta da sottili strati di lapillo. E questo fu tutto; ma i guasti ambientali peggiorarono rapidamente; sia perché il materiale inerte veniva abusivamente prelevato (mentre il Comune fingeva di ignorarlo) da zone vincolate a parco pubblico dal vigente piano regolatore, sia perché, in tal modo, la discarica si riempiva più velocemente. Fu così che dopo qualche anno (nel 1977) il Comune di Napoli si "vide costretto" ad ampliare lo sversatoio, ormai colmo, attraverso una requisizione che portò a oltre quaranta gli ettari dei preziosi Campi Flegrei distrutti dallaccumulo dellimmondizia. Non erano serviti i lunghi anni trascorsi a far sì che Napoli si dotasse di un impianto per la trasformazione dei rifiuti solidi. Un tentativo, tuttaltro che disinteressato, fu fatto in questo senso da un gruppo di privati, ma liniziativa - dei cosiddetti "inceneritori doro" - finì, ancor prima di nascere, nelle aule del tribunale penale; né mai lamministrazione ebbe resipiscenze di sorta per i gravissimi danni prodotti e per non avere adottato adeguati provvedimenti sostitutivi della discarica selvaggia. E così, ancora negli anni Ottanta, nuove zone dei Campi Flegrei, assai prossime al Senga, vengono requisite e linfamia continua. Una vera e propria infamia, ai danni della salute pubblica, della cultura e dellambiente; uninfamia che fatalmente segnò linizio della distruzione dei Campi Flegrei: un territorio sul quale, unico al mondo, si concentravano straordinarie testimonianze di storia, di mito, di archeologia e di natura. Uninfamia contro la quale nessuna voce si levò: né della stampa, né degli intellettuali, né della soprintendenza, né delluniversità; né, infine, della magistratura, per le leggi quotidianamente violate, sotto gli occhi di tutti e per fatti ripetutamente denunziati. Una incredibile e pubblica sciagura, prodotta da brutale ignoranza, insensibilità e, forse, corruzione. Non è questa una vicenda che basta da sola a testimoniare come si formino i destini di Napoli? Preceduto da un breve bottello di Roberto Pane, questo scritto di denuncia non è stato redatto ieri, ma venne pubblicato nel 1986 sulla rivista "Napoli nobilissima" da Lello Capaldo, noto naturalista e ambientalista, a lungo presidente della locale sezione del Wwf, recentemente scomparso. Il testo è a tal punto aderente alla situazione che stiamo vivendo in questi giorni, da indurmi a riproporlo facendolo mio. Anzi, poiché qualcuno potrebbe obiettare che a costo di far valere le nostre ragioni si fanno parlare pure i defunti, mi affretto a dichiarare la mia controfirma di adesione e accettazione incondizionata.
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Giulio Pane
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