Dopo un anno difficile, come è stato il 2002, fioriscono le interpretazioni, a volte fantasiose, dei problemi del Paese e delle prospettive del 2003. Si va dal declino industriale alle conseguenze delle altrui tragedie (Torri Gemelle, Argentina, Enron); dalla "fuga dei cervelli" agli effetti del changeover dell'euro agli italiani con le "pile scariche". Scarsa attenzione è stata finora data al problema che quest'anno più si è aggravato: la riduzione della produttività (sia del lavoro, sia totale). L'Italia sembra un'automobile (non dirò la marca) che si muove ovviamente a fatica e male col freno a mano tirato! Il che equivale a dire che i problemi principali non vengono dal lato della domanda (che in corso d'anno si sarebbe ridotta per motivi a noi non imputabili), ma dal lato dell'offerta: la produttività si riduce, e quindi l'Italia soffre una continua perdita di competitività, per un eccesso di regolazione non appropriata ai tempi né alle esigenze del Paese. La diagnosi dei nostri problemi nei prossimi anni è ovviamente di importanza decisiva. Come scriveva Luigi Einaudi, nell'introduzione alle sue Prediche inutili, bisognerebbe: «Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare». Ma se guardiamo al percorso seguito nell'ultimo anno sembra che si sia preferito fare il contrario: prima si decide la politica economica; poi se ne discute molto; infine si cerca di capire i problemi del Paese. Provo a esemplificare con riferimento a tre area-problema che considero di importanza decisiva, sia per riuscire a trarre beneficio dalla prossima ripresa (che per noi sarà già frenata dalla debolezza del dollaro), sia per continuare a mantenere un ruolo importante al nostro Paese nell'ambito della Ue. Il primo aspetto riguarda la matrice "chi fa cosa": la produttività del Paese si riduce perché continua ad aumentare la sovrapposizione dei compiti, con riferimento all'assegnazione obiettivi-strumenti ai diversi livelli di governo; e alla mancata realizzazione della sussidiarietà, di cui tanto (e soltanto) si parla. Si ripete sempre che il settore pubblico dovrebbe "far meglio meno cose", ma si continua a fare il contrario. Gli stessi condoni, che al di là del gettito per il Tesoro sarebbero utili se davvero servissero a semplificarci la vita, possono produrre risultati opposti, come ci è appena stato ricordato con riferimento alle tante pratiche ancora aperte dei condoni del passato. Ogni volta che ci vengono imposte nuove "pratiche" (magari lo fossero!), la nostra produttività si riduce, come quando si devono pagare più imposte. Come quando il nuovo si aggiunge invece di sostituirlo al vecchio: basta vedere come ci tratta la pubblica amministrazione quando via internet ci manda un messaggio cui poi segue la lettera affrancata. Il secondo tipo di problemi riguarda le riforme. Un anno fa si erano annunciate "riforme delle riforme", cioè modifiche anche sostanziali delle passate novità. Ad esempio una devolution che andasse oltre il nuovo federalismo. Ma più di recente abbiamo visto estendere le "riforme" anche alla legislazione di iniziativa di questo Parlamento: dalle fondazioni bancarie ai servizi pubblici locali. Invece di passare dalle leggi ai regolamenti, ai fatti, si continua a segnare il passo aumentando solo dibattiti e litigiosità. Esattamente il contrario di ciò che di solito è richiesto per il cambiamento delle regole, cioè la capacità di realizzare giochi cooperativi, come è tipico dei casi in cui abbiamo un problema comune ed è importante riuscire a far squadra. Terzo e ultimo problema: come rovesciare il ruolo di freno che finora l'Europa ha avuto sulla nostra crescita. A un recente seminario all'Europarlamento a Bruxelles sulla revisione del Patto di stabilità, ho sostenuto la tesi che non dovremmo accentuare il rilievo del passato (lo stock del debito pubblico), ma semmai quello del futuro: la capacità di "diventare europei". Dobbiamo avere incentivi perché cresca nella spesa di ciascun Paese ciò che interessa anche gli altri. Il metodo per garantire ciò è quello dell'emulazione: ciascuno cerca di migliorare ciò che gli altri fanno. Pensiamo alle due questioni che sono state nei giorni scorsi più controverse: da un lato, far funzionare meglio, garantendo le necessario risorse, le università; dall'altro valorizzando il ruolo dei privati nella gestione dei beni culturali. Due campi per i quali l'Italia non brilla certo nei primi posti in Europa. Ma non è vietato andare a vedere chi è in Europa il meglio in questi campi e cercare di fare ancora meglio. È ovvio che non troveremo il monopolio statale come il migliore (nel mio articolo su «Ventiquattro» del 3 novembre 2001, sostenevo che ogni Paese ha l'università che si merita, ma noi potremmo sperare di meglio!). Università e beni culturali sono solo due esempi, anche se molto importanti, dei problemi in cui ci siamo infilati ormai da tanti anni, cullandoci nel sogno del monopolio statale efficiente. Poi non stupiamoci se la crescita della produttività non ci arride. Sapere come si fa a ottenerla è dopotutto facile: basterebbe guardare al meglio dell'Europa. Quando vi riusciremo, anche la nostra produttività potrà tornare a crescere.