Alcuni binari nascosti sotto la Stazione Centrale di Milano, unex-carcere presso i Rampari di Ferrara, un appezzamento di terreno accanto a Villa Torlonia, a lungo abitata da Mussolini: per la memoria dellebraismo italiano si sta delineando una nuova topografia. In questi luoghi sono infatti invia di realizzazione tre siti espositivi, due - Milano e Roma - dedicati alla Shoah, il terzo, quello di Ferrara, destinato invece a una più ampia presentazione della storia ebraica in Italia, in cui pure unampia sezione dovrà vorrà essere riservata allOlocausto. La scelta inconsueta degli spazi riflette, fralaltro, la ricerca di strategie alternative perrappresentare lintreccio tra storia maggioritaria e vicende giudaiche. Nel caso di Milano, si tratta di dare valore di testimonianza a un luogo fisicamente toccato dalla tragedia, poiché proprio da lì, sottoterra - in uno spazio di manovra pensato per smistare vagoni postali, invisibile dallesterno - venivano caricati sui treni, tra il 1943 e il 1944, gli ebrei destinati ad Auschwitz. Non vuole essere un museo insenso tradizionale, ma piuttosto un laboratorio di memoria collettiva, che permetta di ripercorrere lesperienza di persecuzione, deportazione, sterminio. Presso Villa Torlonia verrà costruita invece una struttura modernissima, affidata agli architetti Giorgio Tamburini e Luca Zevi. Il progetto prevede una estesa tavola nera, alta nove metri, sulla quale compariranno, a caratteri luminosi, i nomi degli oltre settemila ebrei italiani vittime della Shoah. Allinterno materiale documentario, ma anche mostre, eventi e itinerari diversi, tesi tra rielaborazione del lutto e attualità. Questi inediti percorsi museali corrispondono probabilmente a un mutato sguardo della società italiana verso il giudaismo. È evidente che la sequenza aberrante di leggi razziali, persecuzioni, annientamento fisico degli ebrei è divenuta, negli ultimi decenni, topos del nostro rapporto collettivo con una pagina oscura della storia nazionale. La scommessa di questi, che vogliono essere musei-non musei, sarà proprio quella di evitare che eventi ancora brucianti scivolino semplicemente nella dimensione del passato. Diverso, e ancora più complesso, è il problema rappresentato da quello che si chiamerà "Museo Nazionale dellEbraismo Italiano e della Shoah", e che verrà allestito nellex-carcere di via Piangipane a Ferrara. Non che in Italia manchino luoghi espositivi dedicati alla storia e alla tradizione del giudaismo: collezioni, anche di grande pregio, riunite accanto a sinagoghe o comunque in qualche modo legate alla vita delle antichissime comunità giudaiche del nostro Paese. Ma lesperienza di un museo nazionale è ancora tutta da inventare, proprio perché quellaggettivo "nazionale", segnala non solo un valore intrinseco della nuova istituzione, ma anche una sua rappresentatività per lintera cultura italiana e sancisce che il patrimonio di questa minoranza - che nei numeri è sempre statapiccola - non è piccolo, né minoritario, né marginale. Fino a oggi, si è quasi sempre trascurata una semplice verità, ovvero il fatto che il giudaismo rappresenti lunica tradizione che, nel nostro Paese, ha saputo confrontarsi per duemila anni con quella cristiana. Dagli insediamenti ebraici detà romana, che furono, tra laltro, terreno di propaganda naturale per i proto-cristiani, al giudaismo medievale e del Rinascimento, innervato nella vita economica di Comuni e Signorie, a quello dei ghetti, umiliato ma non piegato nella sua vivacità propositiva, sino al fenomeno sorprendente, e unico in Europa, di una decisiva partecipazione ebraica al, processo del Risorgimento, gli ebrei italiani non sono stati, quasi mai, rassegnati o subalterni. Va detto, innanzitutto, che nel quadro legislativo messo a punto dal ministero dei Beni Culturali, principale promotore del museo, manca ancora un elemento centrale, ovvero la definizione dei materiali che dovranno essere esposti: non cè insomma alcuna collezione da cui partire. E non è argomento di poco conto: credo che sarebbe un grave errore percorrere la strada di un museo multimediale, povero, o addirittura privo, di oggetti, proprio per rappresentare un ebraismo come quello italiano, esuberante anche per creatività artigianale e artistica. Il museo di Ferrara non può essere solo un esperimento teorico o un contenitore didattico, e per di più in uno spazio come quello dellex-carcere ferrarese, che comprende migliaia di metri quadrati. Si potrebbe allora pensare a prestiti temporanei dalle collezioni delle singole Comunità, magari in cambio di restauri e di un provvidenziale lavoro di catalogazione e studio dei materiali. LUnione del le Comunità Ebraiche Italiane, la sola istituzione che può assicurare un adeguato patrimonio espositivo, dovrebbe farsene garante, per non perdere loccasione unica di realizzare un ritratto"a tutto tondo" della propria storia. Va da sé, che le Comunità Ebraiche non andranno lasciate sole a fronteggiare questa che è innanzitutto una grossa sfida utopica. La nuova istituzione non può divenire una versione più grande e ambiziosa delle numerose esposizioni di giudaica che costellano, e per altro arricchiscono, il nostro Paese. Se lappellativo "nazionale" nella denominazione del museo non deve trasformare la raffigurazione del passato in un eufemistico )nno alla tolleranza (certo andranno registrate le discriminazioni, lantigiudaismo di matrice religiosa, i sospetti e le incomprensioni, che sanciscono il ritmo di questa storia non meno dei moltissimi episodi di convivenza decente), daltra parte bisognerà che alcuni episodi salienti della storia "ebraica" dei non ebrei trovino posto accanto alla rappresentazione dellalterità giudaica. Il fatto che alcuni dei maggiori capolavori della pittura italiana - da Giotto a Cosmè Tura, a Ghirlandaio, a Mantegna e Raffaello, per citarne solo pochissimi - rechino vistose iscrizioni in caratteri ebraici, o che linteresse per la qabbalah di umanisti come Giovanni Pico della Mirandola abbia contribuito inmaniera decisiva alle inquietudini intellettuali del nostro Paese, sono altrettante tessere di un futuro percorso espositivo del Museo ferrarese, e appartengono di diritto al rispecchiamento tra le due culture, di cui questo esperimento dovrà render conto. E ancora si dovrà trovare il modo di rappresentare lintreccio di rapporti interpersonali che sta dietro a episodi come quello delle Interdizioni israelitiche di Cattaneo, o alla cerchia di sostenitori ebrei attorno a Mazzini (che viaggiava sotto falso nome ebraico e che morì in una casa ebraica). Per non dire poi della rete di scambi intellettuali ebraicinon ebraici che ha caratterizzato tutto il Novecento, in letteratura, pittura, musica, teatro, cinema, fotografia, architettura e design, oltre e nonostante la Shoah, e che ha prodotto risultati culturali di primissimo piano. Non un museo etnografico, insomma, ma la scoperta, appassionata e problematica, di unItalia irrinunciabile, vista da una prospettiva allo stesso tempo intima e altra. Bisogna rappresentare losmosi culturale col giudaismo, dal Rinascimento alle avanguardie del 900. In sinagoga. Una scena dal film «Il giardino dei Finzi Contini» diretto da Vittorio De Sica (1970).
il Sole 24 Ore
13 Gennaio 2008
✓ Entità verificate
Laltra Italia esce dai ghetto
GI
Giulio Busi
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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