Caro direttore, succede che un governo registri delle critiche quando applica lo spoils system; ovvero, all'inizio del proprio mandato, sostituisce dirigenti pubblici nominati dal governo precedente. Suonano strane, invece, le critiche sollevate quando avviene il contrario. Poiché il Corriereha pubblicato alcuni articoli e notizie riguardanti le mie scelte al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è bene che io le spieghi. Innanzitutto, dev'essere chiaro (diversamente da quanto pubblicato in una dichiarazione dello scorso 10 gennaio) che non c'è stato alcunospoils system: io ho deciso di non sostituire i dirigenti del Ministero, come avrei potuto fare appena entrato in carica, un anno e mezzo fa. L'ho fatto per due motivi: rifiutare la logica perversa che spingerebbe a «targare» politicamente un funzionario dello Stato e responsabilizzare i nostri più alti dirigenti di ruolo; ho verificato che chi arriva al vertice ha già fatto esperienze complesse e può guidare una direzione centrale oppure regionale con capacità e professionalità. Qualche scelta può dispiacere, ma i criteri debbono essere trasparenti: nel nostro caso, la riduzione delle sedi dirigenziali (precisa direttiva del governo per razionalizzare e risparmiare; le abbiamo tagliate del 9, da 35 a 32) e l'avvicendamento anziché la cristallizzazione dei dirigenti (è meglio se un dirigente di ruolo di prima fascia non rimane più di sei anni nella stessa posizione). Mi sono state rivolte e il Corrierela ha pubblicate a tre riprese pubbliche domande sul perché abbia sostituito l'arch. Baldi alla Direzione dell'architettura e arte contemporanea. Ma se l'avessi confermato, quel dirigente avrebbe avuto il primato solitario di restare per dieci anni in quella stessa posizione, unico su 32 dirigenti del Ministero. Si è trattato di una punizione? No, tanto è vero che Baldi è stato chiamato a svolgere ben 4 missioni di livello nazionale: dar vita al soggetto gestore del Museo MAXXI di Roma, collaborare con la Biennale per il progetto di trasformazione dell'Arsenale di Venezia, coordinare il complesso riassetto di Brera a Milano, attuare con l'Agenzia del Demanio le nuove norme della Finanziaria per grandi progetti di valorizzazione di beni di proprietà dello Stato. Si tratta di un cambio di politica per l'arte e l'architettura contemporanee, o per la realizzazione del MAXXI? No, la linea del Ministro è pienamente confermata, e forse conviene ricordare che proprio chi scrive ha recuperato il languente progetto, definanziato per 5 anni, del grande museo disegnato da Zaha Hadid. Si è operato un ricambio inadeguato? No, l'arch. Carla di Francesco è stimata e apprezzata, ha fatto bene in Lombardia e farà bene a Roma, occupandosi anche di tutela del paesaggio. A conclusione del nostro processo di riorganizzazione del Ministero, può essere utile ricordarne la logica. Noi abbiamo abolito i 4 dipartimenti centrali (fattore di confusione e duplicazione di competenze); ripristinato il segretario generale come coordinatore della macchina; ridotto le direzioni centrali a 9; semplificato i centri di spesa (che prima erano più di 200!) affidando la funzione di stazione appaltante e la responsabilità di organizzare le risorse umane ai direttori regionali, che debbono anche cooperare con regioni e enti locali; restituito ai sovrintendenti la funzione primaria di presidio, tutela e valorizzazione del patrimonio (lo si vedrà ancor meglio con l'imminente riforma del Codice dei Beni Culturali in materia di paesaggio). Abbiamo ricostituito e potenziato i compiti del Consiglio Superiore dei BBCC e del paesaggio. Per carità: non tutto è perfetto. Facciamo i conti con un bilancio insufficiente anche se abbiamo molto razionalizzato l'utilizzo delle risorse e con un personale che scarseggia e invecchia anche se, per la prima volta dopo sette anni, si sta svolgendo un concorso per 40 nuovi dirigenti e sovrintendenti e potremo assumere, grazie alla Finanziaria, 100 nuovi funzionari e 400 assistenti museali, oltre a stabilizzare e riqualificare tutti i lavoratori precari dei nostri Musei. Le critiche non mancheranno mai, a chi opera. Ma almeno due non le condivido affatto: di non aver penalizzato, come ho letto sull'Unità, dirigenti in auge sotto il precedente governo («nell'era Urbani »); di aver scelto di avvicendare i dirigenti di ruolo che occupino la stessa posizione dopo sei anni. Anzi: non credo che avremmo un'Italia peggiore se questi criteri fossero seguiti più diffusamente.