M ezzo milione di edifici monumentali in Italia a fronte di circa 45.000 in Francia, ancora di meno in Germania, in Spagna, in Inghilterra; dunque una massa enorme, a cui sono da aggiungere i tessuti urbani antichi di centinaia di città e di migliaia di insediamenti minori; di tutto questo la conoscenza è incerta e così la tutela. E per giunta, dei pochi soldi disponibili per i restauri, ogni anno se ne spende poco più del 30. Cinquantamila dunque i monumenti schedati in Italia e quindi, sui rimanenti 450.000, si fanno soltanto ipotesi di lavoro. Quattrocento funzionari si occupano delle tutela delle architetture, ma devono confrontarsi con le economie di bilancio, con le auto vecchissime che però sono indispensabili per i sopralluoghi in pianura e montagna, con la benzina che costa troppo: mancano gli autisti, gli esperti di computer, i rilevatori, per cui i custodi più volonterosi, oppure gli stessi architetti devono fare ogni cosa. Prendono 1.300 euro al mese, quelli che nel peggiore studio di architettura si dovrebbero dare a un bravo telefonista. Questi sono i mezzi per tutelare un territorio enorme, dove il privato, e non voglio dire la speculazione, si fa largo a gomitate. Gli uffici in Italia devono infatti dare pareri motivati, con ricerche di archivio e sul campo, a circa 200.000 richieste ogni anno, devono insomma rispondere a chi si rivolge loro, devono controllare. Così ciascuno dei 400 funzionari dei Beni Architettonici dovrebbe verificare, in media, in un anno, cinquecento monumenti, ma in certe regioni gliene toccano 1.500 o 2.000; il funzionario dovrebbe controllare i progetti, visitare il monumento, analizzarne le strutture, suggerire soluzioni, un lavoro a volte di settimane per un solo progetto. Adesso poi è cambiato il modello di lavoro dei funzionari: prima si tutelavano solo i monumenti, ora l'impegno è per il tessuto, l'ambiente, per quelle architetture che danno il senso di un sistema. Che cosa sarebbero Siena e San Geminiano, Mantova ed Orvieto, Assisi e Bologna se non si fosse tutelato lo spazio urbano, se non si fossero sempre controllati interventi dei privati, materiali, tecniche, per evitare le violenze che si vedono troppo spesso in giro? Certo, vi sono zone non dipendenti dal ministero, le regioni a statuto speciale, dove gli assessori decidono al di fuori di ogni controllo, si pensi alla speculazione attorno alla valle dei templi ad Agrigento, si pensi alla programmata distruzione delle carceri ottocentesche di Trento. Vediamo adesso l'impegno economico del ministero per il restauro architettonico. I soldi vengono da tre fonti: i fondi ordinari, quelli del lotto e quelli privati, gli ultimi ovviamente non sono valutabili, gli altri sì. Ebbene, i fondi ordinari, dal 2004 al 2007, sono crollati da 92 milioni di euro a 56 e solo grazie al lotto, nel 2007, si è avuto un incremento di 21 milioni che porta a 78 milioni il totale, mai così basso nel quadriennio. Certo, sembra che nella finanziaria 2008 gli stanziamenti siano risaliti, ma il problema di fondo rimane, come è possibile destinare una parte irrisoria del denaro pubblico alla tutela di quel patrimonio che porta ogni anno in Italia decine di milioni di turisti e miliardi di euro? In tempi lontani Carlo Ludovico Ragghianti suggeriva di considerare i monumenti, le pinacoteche, le città, le nostre miniere, i nostri pozzi di petrolio, le nostre rendite finanziarie ma, per fare questo, serve una tutela, a cominciare da quella del paesaggio, tutela che, da generazioni, non riesce a imporsi: si pensi alla costa ligure, a quella campana, a quelle della Puglia, della Calabria, della Romagna, della Sardegna. Certo, poi è venuta la legge Galasso che vieta la edificazione lungo le rive del mare ma il danno era fatto. Si pensi all'abusivismo edilizio che ha distrutto la forma delle nostre città antiche creando anche al loro interno, salvo poche eccezioni, edifici mostruosi. Dopo il terremoto in Umbria e Marche, dopo che sono stati messi a rischio Giotto e Cimabue, insomma il centro della civiltà del nostro Paese, dopo i veri miracoli dovuti alla dedizione di soprintendenti e tecnici del restauro per salvare quanto non era stato sbriciolato, adesso il ministero chiede agli uffici periferici una verifica degli edifici anche perché quasi due terzi dell'Italia è zona sismica. Ma come faranno le sedi periferiche delle Soprintendenze a controllare la stabilità di decine di migliaia di monumenti e, peggio, come riusciranno a intervenire? Un altro problema incombe: la percentuale effettivamente spesa dei denari assegnati alle Soprintendenze è assurdamente bassa, varia dal 28 per cento del 2004 al 40 per cento del 2007: si tratta certo di un aumento significativo ma il problema resta. Spiega il Direttore Generale dei Beni Architettonici, storico-artistici e etnoantropologici architetto Roberto Cecchi: «Un tempo si facevano affidamenti a imprese di fiducia, restauri a cottimo, certo con zone d'ombra ma, avendo addestrato un insieme di specialisti che il mondo ci invidia, i restauri si facevano con molta maggiore efficacia e duravano a lungo sopra tutto per la nostra diversa metodologia di intervento».
Arte, i restauri bloccati
Il ministero dei Beni e delle Attività Culturali ha stabilito un piano per la tutela dei monumenti e delle architetture storiche in Italia. Il piano prevede l'assegnazione di fondi per il restauro e la conservazione dei monumenti, nonché la creazione di un sistema di controllo e monitoraggio per garantire la tutela dei beni culturali. Il piano è stato realizzato in collaborazione con le regioni e le città, e prevede l'invio di un team di esperti per la valutazione e la gestione dei progetti di restauro. Il piano è stato anche criticato per la mancanza di fondi e per la complessità del sistema di controllo e monitoraggio. Tuttavia, il ministero sostiene che il piano rappresenta un passo importante per la tutela dei beni culturali in Italia.
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