Negli ultimi vent'anni il rilancio di quartieri e intere città è stato affidato ai grandi musei. Interventi faraonici firmati dalle star dell'architettura con lo scopo di catturare l'attenzione globale. Ma non sempre, avverte Guido Guerzoni, sviluppo economico e turistico pagano. Tempi schizofrenici, quelli in cui viviamo. Mentre vengono presentati master pian impreziositi dalla presenza di faraoniche istituzioni culturali, si avvertono i primi scricchiolii dell'asse che per un ventennio ha unito i nouvel commendataires al manipolo di archistar che ha ripopolato l'orbe terraqueo di un gran numero di musei, centri espositivi, biblioteche, archivi e teatri di nuovo conio. Lo scorso 13 novembre la Fondazione Guggenheim e l'Emirato di Abu Dhabi hanno sottoscritto l'accordo per la realizzazione di una sede da 30mila metri quadri, affidata a Frank Gehry. Il Guggenheim Abu Dhabi sarà il gioiello della corona di cinque musei che cingerà regalmente il "distretto culturale" dell'Isola dei Sogni, un progetto immobiliare da 27 miliardi di dollari. L'istituzione un tempo statunitense verrà remunerata anche per il "trasferimento tecnologico", sulla falsariga del contratto siglato in marzo dal Louvre (1 miliardo di euro: 410 milioni per la licenza del marchio, 590 per la fornitura di profili manageriali, mostre chiavi in mano e opere in prestito), posto che la fondazione newyorchese verrà profumatamente retribuita (la cifra è rimasta segreta) anche per i conferimenti di risorse manageriali, amministrative, curatoriali e "culturali". Nel corso dello stesso mese il sopra menzionato Louvre ha dato inizio all'accordo di collaborazione triennale con il secondo partner a stelle e strisce (dall'ottobre del 2006 la multinazionale transalpina rifornisce l'High Museum di Atlanta), il Denver Art Museum. Il Dam, per celebrare il primo compleanno dell'ampliamento griffato da Libeskind ha stipulato un contratto di subfornitura con il museo di Atlanta, per una cifra che non è stata rivelata. In base a questa convenzione il Dam riconoscerà un compenso all'High Museum per la copertura pro-quota dei costi di coproduzione delle mostre e un'altro al Louvre per il concept creativo (laddove si dimostra che la vera frontiera della valorizzazione è quella dei diritti...). Per il soffio della candelina il Dam ha inaugurato lo scorso 6 ottobre la mostra «Artisans and Kings. Selected treasures from the Louvre», un perfetto esempio di marketing politicamente corretto: gli artigiani per la sinistra progressista, i re per i wannabe del ceto medio che sognano lo stile Louis XIV ma sbavano a ogni puntata di Changing Rooms, i tesori per i rednecks di montagna e il marchio di fabbrica vincente per lo sponsor Accenture, risorta come l'araba fenice dalle ceneri fallimentari di Arthur Andersen. Infine, nella stessa settimana in cui è stato aperto al pubblico il New Museum of Contemporary Art di New York, è stato annunciato che Jean Nouvel si è aggiudicato il concorso per la progettazione della torre di 75 piani in cui conviveranno le nuove ali del Moma, ex proprietario dell'area, unità residenziali, commerciali e un hotel. Né vanno scemando i ritmi dei concorsi per l'erezione di nuove città ideali (ad esempio Songdo, caso interessante di crossover tra citazionismo e plagiarismo digitale: dopo le cause tra designer si moltiplicheranno quelle tra architetti, per la gioia degli studi legali specializzati in proprietà intellettuale) o le presentazioni di nuovi interventi di rigenerazione: Amburgo, Johannesburg, San Pietroburgo, Londra, Saragozza, Bangalore o Phnom Penh. Il tutto mentre vengono santificati i due lustri del Guggenheim di Bilbao, cui gli evangelisti dell'urban resurrection attribuiscono la rinascita della capitale basca, che meno di vent'anni fa era ridotta a brandelli, a mezza via tra Gotham e Sin city, con un tasso di disoccupazione al 25 per cento e un consumo pro-capite di eroina tra i più alti d'Europa. Un destino comune a quello di tanti centri del vecchio continente, come Valencia, Metz, Lille, Glasgow, Cardiff, Newcastle, Sheffield, Birmingham, Rotterdam, Dunquerque, Malmoe o Wolfsburg, alla disperata ricerca di formule magiche capaci di allontanare gli spettri delle città fantasma nordamericane, da Detroit a Pittsburgh, da St.Louis a Cleveland. Downtowns declassate dalla globalizzazione a ghetti senz'anima e cuore e aree industriali abbandonate, in un clima pesto che inverava le profezie di John Carpenter o Ridley Scott (Fuga da New York uscì nelle sale cinematografiche nel 1981, Blade Runner pochi mesi dopo). Se si considerano anche le emergenze successive al disvelamento dei disastri architettonici, urbanistici e ambientali celati dalla Cortina di Ferro, si capisce perché non sia stato facile resistere alla tentazione della "bonifica integrale", che per sanificare aree produttive dismesse, riverfront abbandonati e imbarazzanti architetture di regime ha suggerito salutari tabule rase, su cui ricostruire tessuti urbani in cui le istituzioni culturali hanno operato come trame di luccicanti metanarrazioni. In questo scenario, tuttavia, sono profondamente mutati i principi fondativi degli interventi, ancorati a temi negoziali piuttosto innovativi. Innanzitutto la capacità delle istituzioni culturali di esercitare un forte impatto occupazionale, fiscale ed economico: nel 2005 Tate Modern ha sostenuto, sulla scorta delle indicazioni fornite dagli economisti della London School of Economics, di aver creato in cinque anni «tra i duemila e i quattromila nuovi posti di lavoro, circa metà dei quali situati nell'area di Southwark», mentre l'indagine affidata dal Moma a Audience Research and Analysis ha riconosciuto che il museo, tra il 2005 e il 2007, ha generato un impatto economico nella sola città di New York di 2 miliardi di dollari: un'argomentazione che offre alle amministrazioni locali e ai raccoglitori di fondi un formidabile argomento di vendita. In secondo luogo viene sottolineato il valore delle ricadute comunicazionali garantite da architetture stupefacenti, presentate come detonatori immobiliari capaci di innescare esplosive reazioni a catena. Infine la retorica dei benefici assicurati alle comunità locali (il museo come community service teorizzato da John Cotton Dana), che nei nuovi santuari di periferia possono ritrovare un senso dello stare, dell'appartenere, del partecipare, del popolare gli spazi sociali. La costruzione di nuove istituzioni culturali ha così conosciuto negli ultimi decenni un vero e proprio boom. Nella sola Germania, tra il 1970 e il 2000, sono state realizzate seimila sedi museali-espositive e numeri non dissimili sono stati registrati in Inghilterra, in Spagna, nei Paesi dell'Est, in Francia, in Olanda, nei Paesi scandinavi e in quelli anglosassoni. Così le parole d'ordine che ricorrono nelle presentazioni dei nuovi progetti sono quasi sempre le stesse: la cultura come leva di sviluppo economico e turistico, la "qualità architettonica" giustificata in chiave risarcitoria, la distrettualizzazione delle produzioni immateriali come nuovo criterio di progettazione urbanistica. Il problema è che a fronte di alcuni successi si sono anche registrati dei fallimenti: il National Centre for Popular Music, l'ambizioso museo di Sheffield inaugurato nel marzo del 1999, è stato chiuso 15 mesi dopo, avendo attirato meno di un quarto dei visitatori previsti, laddove il Milwaukee Public Museum, a pochi mesi dall'inaugurazione dell'addizione di Santiago Calatrava, sta dichiarando bancarotta dopo 123 anni di onorato servizio, mentre il Kiasma di Helsinki progettato da Steven Holl, nella terra promessa dell'economia della creatività, ha incontrato seri problemi di sostenibilità finanziaria. Del pari Mit, lo scorso 30 ottobre, ha fatto causa a Frank Gehry per le magagne dello Stata Center (costato 300 milioni di dollari), e il medesimo procedimento è stato aperto dalla municipalità di Valencia contro il figliol prodigo Santiago Calatrava per i problemi del Palau de les Arts (332 milioni di euro), mentre Navarro Baldeweg è stato rimosso dalla progettazione del Teatro Canal di Madrid per il raddoppio dei costi (l'intervento di Moneo al Prado è costato il triplo del previsto). Bisognerà attendere l'esito dei primi processi prima di esprimere un giudizio fondato, ma è certo che questi segnali inducono a riflettere sui ritmi frenetici con cui i piani di rigenerazione sono stati condotti, rendendo irriconoscibili sedi che volevano stirarsi qualche ruga d'espressione e che, dopo aver sborsato cifre astronomiche, non sono affatto soddisfatte del risultato ottenuto.
il Sole 24 Ore
11 Gennaio 2008
✓ Entità verificate
Cultural Gain
GU
Guido Guerzoni
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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