Si può comprendere il passato soltanto partendo dal presente ed è il presente l'unico tempo storico, sosteneva Cesare Brandi, in cui collocare l'attività di conservazione e restauro del patrimonio artistico-architettonico. All'arco di teorie, concetti e metodologie operative che va da Alois Riegl, il grande storico dell'arte della Scuola di Vienna, fino a Cesare Brandi, fondatore insieme ad Argan nel 1939 dell'Istituto centrale del restauro, del quale poi è stato direttore fino al 1960, è stato dedicato il Convegno dal titolo La teoria dei restauro nei Novecento da Riegl a Brandì, che per quattro dense giornate (dal 12 al 15 novembre) si è tenuto a Viterbo in due sedi altamente simboliche, la chiesa di Santa Maria della Verità e il complesso di Santa Maria in Gradi. Il primo sito, bombardato durante la Seconda guerra mondiale, contiene quella Cappella Mazzatosta che può considerarsi luogo archetipico dal quale presero vita sia gli assi teorico-metodologici sia quelli più direttamente operativi della visione brandiana del restauro. Santa Maria in Gradi, un complesso nato nel XIII secolo come convento domenicano, rappresenta un grande palinsesto architettonico, oggi sede istituzionale dell'Università della Tuscia che ha promosso l'iniziativa. Gli spazi tematici e cronologici del Convegno si sono distesi tra la fine dell'Ottocento Riegl e il suo pensiero e il 1963 anno di pubblicazione della celebre Teoria del restauro di Brandi, finora tradotto in ben sei lingue europee e di cui si sta lavorando a una traduzione giapponese. E una delle "linee interne" del Convegno è stata proprio quella di sottolineare quanto tali traduzioni costituiscano la prova dell'ormai definitivo riconoscimento intemazionale dell'approccio brandiano alla conservazione. L'arco problematico che si distende dunque da Riegl a Brandi la prima metà del Novecento è stato vagliato da archeologi e restauratori, chimici e storici dell'arte, architetti e studiosi di estetica, ma anche giuristi. L'Istituto centrale del restauro è il luogo istituzionale, ma anche creativo e propositivo, che si innesta sviluppandoli sui vari e diversi fasci problematici della complessiva proposta teorico-operativa del suo fondatore. È da qui che si snoda una pluralità di linee "straligrafiche" con le quali rileggere oggi, con tutte le responsabilità cui il nostro difficile presente ci richiama, la teoria brandiana. Dagli innesti che in essa emergono evidenti con l'estetica novecente-sca ai punti di connessione con la critica d'arte "militante"; dagli elementi tecnico-specialistici in essa contenuti (il trattamento delle lacune, il tanto dibattuto problema della patina) al rapporto tra Brandi e il restauro prima della fondazione dell'Istituto, attraverso il ricordo delle mostre e degli allestimenti da lui compiuti nel decennio Trenta-Quaranta, senza trascurare il modo in cui vengono trattati i problemi conservativi negli stupendi libri di viaggio dello storico dell'arte senese che si vanno attualmente quanto opportunamente via via ripubblicando. È all'interno di questo orizzonte che si è inteso lavorare approfondendo vicende, figure, problematiche e concezioni attorno all'idea di' restauro inteso come atto non soltanto storico-filologico, ma anche come intervento di natura critica attuato in un presente consapevole di avere nel passato la sua radice portante. Preside della Facoltà di Conservazione dt't Beni Cttiinrali dell'Università degli Studi delia Tuscia di Vilerbo