PAVIA «Un'esclusione clamorosa. A cui non farà però seguito, da parte nostra, alcuna azione polemica: tuttavia speriamo che si possa recuperare». Come il sindaco Piera Capitelli e l'assessore alla Cultura della sua giunta di centrosinistra, Silvana Borutti, sono in tanti, a Pavia, a essere rimasti male o quantomeno a non aver capito perché mai la città che fu capitale dei longobardi non fa parte di quella rete «Italia longobardorum» che, capitanata da Brescia, si propone candidata a entrare nella lista del Patrimonio mondiale dell'Unesco. Pavia è la città che proprio a Brescia, in occasione della mostra «Il futuro dei longobardi» prestò tanti pezzi preziosi dai suoi musei. Pavia è la città dove il re Desiderio, proprio quello che volle il complesso bresciano di Santa Giulia, sostenne l'ultimo assedio da parte dei franchi fino alla caduta nel 774. «Ma nessuno mette in discussione l'importanza di Pavia», dice dal ministero dei Beni Culturali Angela Maria Ferroni, che coordina l'istruzione della candidatura per l'ufficio Lista patrimonio dell'Unesco. «Il fatto è continua che i siti candidati (i beni dei musei in questo senso non sono rilevanti) devono avere certi standard di conservazione che a Pavia purtroppo mancano. E devono essere fruibili: ma per esempio Santa Maria delle Cacce è chiusa da anni. Certo, non è bello escludere: d'altra parte se non si fa in questo modo la candidatura sarebbe certamente bocciata. Santa Giulia e San Salvatore, a Brescia, rappresentano invece lo standard conservativo al quale devono tendere tutti». Nessuna speranza, dunque? «Anzi. Questo potrebbe essere lo stimolo a un recupero: perché nel nostro progetto c'è anche l'estensione della tutela Unesco a tutti i siti longobardi d' Italia e d'Europa». «Speriamo in questo senso anche noi conclude da Brescia Agostino Mantovani, segretario della Fondazione Cab . Noi stessi avevamo insistito perché Pavia è un tassello indispensabile della storia dei longobardi».