Niente sembrerebbe dare maggiori garanzie del concetto di «autonomia». Ed è questa la ragione per cui si configurano, rispetto allo Stato, «Enti autonomi», come il Coni o la Biennale di Venezia, i quali, nella loro stessa costituzione, presuppongono ciò che è logico e intuitivo: che lo sport e la cultura non possono dipendere (...) dalla politica. Si tratta, naturalmente, di una postulazione intellettuale, perché la storia ci insegna che politica e cultura si intrecciano, anzi che la cultura è l'immagine stessa del potere (basti pensare all'Età napoleonica), e che lo sport rappresenta, più di ogni altro simbolo, la Nazione. Si è misurato in diverse circostanze che la nazionale di calcio determina una identificazione in una escursione emotiva che va dalla esaltazione al dolore, dalla euforia alle lacrime, come se le sue vittorie e le sue sconfìtte fossero una questione personale di ogni cittadino. Non l'esercito, non la bandiera, non il Presidente della Repubblica, non il vago, e discusso, concetto di Patria, hanno la stessa forza. È quindi evidente che la politica cerchi di appropriarsi di questi simboli, e che tenti di amministrare la cultura a proprio vantaggio, essendosi verifìcato che vi è un rapporto organico tra la cultura e l'opposizione politica da quando si è perso il rapporto diretto tra l'artista e il potere. Così, l'artista o il pittore milita dalla parte dell'antipotere, negando ogni possibile neutralità e stabilendo, di fatto, la necessità del rapporto tra arte e politica. Questo ribaltamento è assolutamente meccanico, e vale per Picasso e Guttuso, come per i dissidenti rispetto al Comunismo o, oggi, a Fidel Castro. Si può dunque stabilire, con la stessa legittimità, che l'arte deve essere autonoma e che l'arte ha un carattere intrinsecamente politico. Ma si tratta di astrazioni, in fondo. Qualunque potere democratico deve infatti garantire l'assoluta autonomia delle espressioni creative, e stabilire con esse dei rapporti non istituzionali ma, appunto, culturali. Da un equivoco di fondo e da una impostazione sbagliata derivano infatti i recenti orientamenti del governo rispetto alla Biennale di Venezia, il controllo della quale non può intervenire, trattandosi di un «ente autonomo», attraverso un atto di forza, producendo una impossibile sottomissione, ma attraverso una convergenza di obiettivi che, nel caso di un governo di centrodestra, non è nei fatti. La premessa è sbagliata, perché la Destra non può pretendere di ottenere il consenso e l'appoggio della cultura se non evitando di chiederlo, e rassegnandosi a non averlo. Dopo anni di dominio incontrastato di una cultura di Sinistra, nell'Editoria, nell'Università, nelle istituzioni culturali, nelle fondazioni, non valutando una convergenza in nome dell'opposizione, si è analizzato il rapporto tra Sinistra e pittori e poeti come se fosse una forma perversa di sottomissione da parte del Potere nei confronti della pittura. Si tratta invece di una consustanziazione: il pensiero, le idee, i testi letterari, le esperienze pittoriche di intellettuali e artisti costituiscono la Sinistra. Non ne sono soggiogati, semplicemente sono. Qua! è stata invece, dopo il Fascismo, la cultura di Destra, sé non la sempre individuale, isolata testimonianza di irriducibili al potere, inteso come espressione di un pensiero prevalente, che è sembrato, ed è stato, per molti versi, pensiero unico. La Destra non ha fatto sistema, non ha prodotto «una» cultura, ma testimonianze individuali, anche non rare (penso a Montale, Flaiano, Tomasi di Lampedusa, De Chirico, Burri, De Dominicis, Ceronetti, Sémire Zolla, Prezzolini, Montanelli): numerosi, e ognuno parte per se stesso. Partendo da due così diverse identità, della cultura di Sinistra, intesa quasi come una civiltà, come una condizione storica, e delle culture di Destra, intese come esperienze individuali, si capisce l'impossibilità di riprodurre il rapporto di persuasione della Sinistra in un governo di Destra. Per questo la riforma della Biennale, che ha determinato tante preoccupazioni, è intimamente impossibile: perché presuppone che, in un modo o nell'altro, la cultura possa essere messa sotto tutela, e una consulta possa stabilire le scelte e gli orientamenti di un ente, per sua natura «autonomo». Non perché dichiarato tale, ma perché la cultura indirizza la politica, non viceversa. È questo l'errore del governo, che ha preoccupato anche i membri del Consiglio d'amministrazione della Biennale di nomina ministeriale. Valerio Riva ha dichiarato: «La Consulta sembra mettere becco su tu ti o: ma la Biennale ha forse il diritto di dire la sua sulle nomine dei rappresentanti degli altri Enti in Consulta? ti dove sta la sua autonomia?». Il presidente della Regione, Giancarlo Galan, membro di diritto del Consiglio di amministrazione, ha dichiarato sarcastico: «Dopo il funerale rosso ecco il funerale azzurro». Sono segnali inquietanti di una insoddisfazione che dipende, anche in una oscura intuizione, da ciò che ho detto fin qui. E anche Galan non coglie il problema quando ne fa una questione di colore politico. Non vi fu un funerale rosso perché Barbera al cinema, o Zeman alle arti visive erano in qualche modo organici alla Sinistra di governo di Veltroni e della Melandri. Diffìcile pensare che il nuovo direttore, quale che sia, possa essere organico a Gasparri o a Urbani, i quali rappresentano ima identità politica i cui rappresentanti sono individui senza tessere e senza partiti. Per questo la riforma o impossibile, perché la cultura ha solo la direzione che decide di prendere.