La trama intrigante di Arria Marcella, ricordo di Pompei, romanzo ottocentesco di Théophile Gautier, la cui recente pubblicazione per i tipi dell'editore Flavius nella collana «Classico Pompeiano» è stata curata da Luciana Jacobelli, archeologa e saggista, comincia con una visita al Museo archeologico di Napoli. Là, nelle vetrine, tra i reperti di ogni genere recuperati a Pompei e a Ercolano, un frammento di cenere solidificata attira lo sguardo di Octavien, l'adolescente francese che assieme agli amici Fabio e Max completa con la tappa campana del Grand Tour la sua educazione socio-culturale. Il reperto che segna l'inizio della storia scritta dall'ex pittore, anarchico e ribelle, noto anche come autore di «Capitan Fracassa» è, nientemeno, la forma lasciata nella cenere dal seno di una giovanetta, Arria Marcella, appunto, uccisa dalla furia del Vesuvio nell'eruzione del 79 dopo Cristo. I resti della ragazza, assieme a quelli di diciassette «persone adulte, oltre a quelli di un ragazzo e di un piccirillo», come riportano i diari di scavo, vennero per davvero rinvenuti il 12 dicembre del 1772 nella villa di Arrio Diomede. Ovviamente e nonostante le uniche prove a sostegno dell'ipotesi che la dimora fosse proprio quella di Diomede erano date dalla tomba dell'uomo posta in prossimità dell'abitazione, il rinvenimento di quel gruppo di scheletri suscitò grande emozione in tutta Europa. Al punto da far diventare la villa non solo una tappa obbligata per chiunque si recasse a visitare gli scavi di Pompei, ma anche luogo elettivo per trafugamenti di frammenti di ossa degli scheletri o pezzi di intonaco dipinto. La casa venne visitata anche da Gautier, dunque, che vide Pompei nel 1851, durante il suo soggiorno a Napoli, città dalla quale venne espulso per le mai negate simpatie socialiste. L'intreccio della storia si articola attorno alla successiva visita agli scavi di Pompei da parte dei tre amici e al ritorno di Octavien, nottetempo, nella città antica. Là, tra il fascino delle antiche mura toccate dalle prime luci dell'alba, avviene il prodigio: Arria Marcella si materializza e il viaggio nel tempo prende consistenza, facendo vivere al giovane un intensa esperienza nella Pompei del I secolo; consentendogli di camminare tra le strade della città, di programmare una sera al teatro, dove c'è in cartellone «Càsina» di Plauto, di intravedere una notte d'amore con Arria. Ma, come accade spesso, i sogni restano tali e i due vengono interrotti da Diomede, convertito al cristianesimo, con Arria ridiventata quello che era nella realtà: ossa e cenere. «La bellezza del romanzo - sottolinea Jacobelli - oltre che nella puntualità delle descrizioni archeologiche e dei luoghi, sta tutta in una sorta di magia creata da Pompei e dall'autore per Pompei. La città è un luogo incantato dove è possibile tutto. Anche vedere risorgere il passato. Una magia che dura da due secoli e mezzo e ancora oggi affascina, nonostante tutto».