Lassegnazione appena annunciata dei primi fondi di ricerca del Consiglio Europeo delle Ricerche (ERC) merita una seria riflessione. Quello di ERC è il più innovativo meccanismo per la ricerca in Europa, basato esclusivamente sul merito e garantito da una rigorosa peer review; e se questanno il bando (riservato ai giovani, entro nove anni dal dottorato) era di 300 milioni di euro, i bandi successivi cresceranno di anno in anno fino a coprire la cifra complessiva di sette miliardi e mezzo di euro. Lanalisi dei risultati dei concorrenti italiani è la miglior cartina di tornasole per giudicare lo stato della ricerca e delluniversità in Italia, la cui crisi (irreversibile?) è sotto gli occhi di tutti. Il confronto con lEuropa è vitale per capire di che morte sta morendo la nostra università. Per questo primo bando ERC si è avuto un numero altissimo di domande, oltre 9000, distribuite fra i vari Paesi in modo ineguale. Solo 300 i vincitori, appena uno su trenta (non si tratta di borse di studio, ma di fondi di ricerca che possono raggiungere i 2 milioni a testa). Nella lista dei concorrenti, lItalia figurava al primo posto (1600 domande contro le 1000 della Germania, le 800 della Gran Bretagna, le 600 della Francia). Buon segno? No. Se tanti ricercatori italiani si sono rivolti allEuropa, è perché possono contare in Italia su risorse misere, a confronto di quelle dei loro colleghi tedeschi, olandesi, francesi. Ma alla prova dei fatti quale è la percentuale di successo degli italiani? Su 300 vincitori, gli italiani sono 35, contro 40 tedeschi, 32 francesi, 30 inglesi. Risultato comunque notevole: lItalia, prima per numero di domande, è seconda in Europa per numero di vincitori. Anzi, se si guarda alla "pattuglia di testa" (i 53 ricercatori che hanno avuto il punteggio massimo, 10 su 10), lItalia è prima con 9 vincitori contro i 7 di Regno Unito e Germania, i 6 di Francia e Spagna. Dunque: lItalia ha offerto a questi studiosi (età media: 35 anni) un adeguato ambiente di ricerca. Ma questa immagine positiva si capovolge se si guarda al futuro. Proprio perché così altamente selezionati, le scelte che i vincitori stanno facendo sono molto significative. La più importante di queste scelte è dove essi intendono svolgere la propria ricerca, portandosi dietro in "dote" i fondi ERC (mediamente, un milione di euro a testa). Ed è qui che lItalia subisce una pesante sconfitta. Dei 35 vincitori italiani, solo 22 resteranno in Italia, gli altri 13 se ne vanno in Paesi con migliori strutture di ricerca, e dallestero ne arrivano solo 3 (due polacchi e un norvegese). Il confronto con la Gran Bretagna è devastante: dei 30 vincitori inglesi, 24 restano nel Regno Unito; ma ad essi si aggiungono ben 34 ricercatori di altri Paesi (tra cui 6 italiani) che hanno scelto di trasferirsi in Gran Bretagna. Per citare solo un altro caso, in Francia restano 27 vincitori francesi su 32, ma ne arrivano altri 12 da altri Paesi (tra cui 2 italiani). Insomma lItalia, prima per numero di domande e seconda per numero di vincitori, precipita al settimo posto fra i Paesi che ospiteranno queste ricerche, sorpassata non solo da Gran Bretagna, Francia e Germania, ma anche dallOlanda, ed eguagliata da Spagna e Israele (Paese associato allUnione Europea per la ricerca). Peggio ancora se guardiamo alla "pattuglia di testa" dei vincitori col massimo punteggio: dei 9 italiani, ben 4 lasciano lItalia per Inghilterra, Francia e Olanda. Questi numeri sono eloquenti. Per una volta, data la severa selezione che ha portato da 9167 domande a 300 vincitori, i numeri parlano in termini di qualità, non solo di quantità. Ci dicono unamara verità: lItalia non attrae come ambiente di ricerca, i nostri giovani migliori non hanno fiducia nel proprio Paese, gli stranieri non considerano lItalia fra le proprie opzioni. Abbiamo formato ottimi studiosi, ma li spingiamo ad andarsene. In questo saldo negativo, non è solo limmagine del Paese che si annebbia, ma è il suo futuro, lindirizzo delle sue politiche, dei suoi investimenti, dello sviluppo (o mancanza di sviluppo) che ci attende. Di una situazione tanto drammatica, il Governo non si mostra consapevole. La Finanziaria 2008 comporta un ulteriore calo dello stanziamento per le università, che si estende anche al 2009 e al 2010: una débacle che ci lascia drammaticamente lontani dallEuropa, salvando a stento la spesa corrente e marginalizzando la ricerca. Ecco perché, dei 35 progetti vincitori italiani, ben 30 vengono da centri di ricerca o da Atenei particolari (Normale, Bocconi), solo 5 da dipartimenti universitari (Padova, Parma, Roma 1, Firenze, Napoli 1). Ma cè di peggio: dopo due anni di incomprensibile blocco dei concorsi per professore universitario, tutto quello che il Consiglio dei Ministri ha saputo fare (il 28 dicembre) è riesumare gli squalificati concorsi secondo la legge Berlinguer del 1998, pilotati in sede locale onde garantire (nel 90 dei casi) la vittoria del candidato locale, senza alcun rispetto per il merito. Secondo il decreto "milleproroghe", la mesta riesumazione di questa legge-cadavere varrebbe per un solo anno, ma è difficile crederlo. Se ci son voluti venti mesi di governo Prodi per rispolverare una normativa pessima senza cambiarne una virgola, quanti anni ci vorranno per inventarne una nuova? Intanto si aggirano fra Camera e Senato alcuni disegni di legge che gareggiano fra loro negli sciatti garantismi della promozione sul campo, dellope legis, delle terze e quarte fasce, del trionfo dellanzianità sul merito (ne ho scritto in questo giornale il 5 settembre e il 30 ottobre). In queste condizioni, lemorragia dei migliori non solo continuerà, ma è destinata ad accentuarsi. Intanto da oltre un anno, nonostante le assicurazioni in contrario, non si è riaperto il bando per il "rientro dei cervelli", che richiede qualche aggiustamento ma è indispensabile per correggere, sia pure marginalmente, il saldo negativo, la fuga dei cervelli dallItalia. E indicativo che in risposta al bando ERC tornino in Europa dallAmerica vincitori tedeschi, inglesi, francesi, spagnoli, finlandesi, svedesi, ma nemmeno un italiano: tanta è la perdita di credibilità del Paese sul fronte del "rientro dei cervelli". Il ministro Mussi è capace di grande lungimiranza, come ha mostrato con la nomina di Luciano Maiani a presidente del CNR dopo una preselezione secondo i migliori standard internazionali. Si stenta a credere che egli possa accontentarsi, dopo due anni di paralisi dei concorsi, della miserevole soluzione che il Governo (stremato, si può supporre, dalla maratona della Finanziaria) ha varato fra Natale e Capodanno. E di moda accusare gli accademici di autoreferenzialità: ma non cè nulla di più auto-referenziale di questo ritorno al passato, quasi che esistano al mondo due soli modelli di università, targati rispettivamente Berlinguer e Moratti. Viceversa, era ed è ancora possibile agire sulla legge Moratti (che quanto meno de-localizza i concorsi) a livello regolamentare, correggendone le storture mediante una prima applicazione sperimentale che, tenendo conto delle esperienze europee, includa commissari anche non italiani (secondo le intenzioni dichiarate dallo stesso Mussi). Se così non sarà, i concorsi localistici che mortificano il merito scacceranno dallItalia i giovani migliori, saranno una barriera impenetrabile per gli studiosi stranieri, renderanno irreversibile il processo di marginalizzazione e provincializzazione della nostra università. La politica dello struzzo a cui assistiamo con sgomento può solo condurre la ricerca e luniversità italiana alla rovina. E troppo sperare che il Governo risponda a questo drammatico problema non con ulteriori placebo, ma con un incisivo progetto culturale e politico?
la Repubblica
9 Gennaio 2008
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Salvatore Settis
la Repubblica
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