A Milano la cultura sta stretta. In senso letterale, perché alla città mancano quelle grandi strutture che la mettano alla pari con le altre capitali europee; e in senso lato perché l'immagine internazionale della metropoli lombarda resta principalmente quella del binomio fashionfinanza, mentre rimane praticamente sconosciuto il suo pur ricchissimo patrimonio monumentale e artistico. L'allarme viene proprio dagli addetti ai lavori, che si sono confrontati ieri nel convegno «La cultura e la città di Milano» organizzato dal Centro culturale protestante milanese in occasione del 25esimo di attività. Per quanto riguarda le strutture, è stato lo stesso assessore Salvatore Carrubba ad ammettere che «la città ha bisogno di spazi» e che si sta «cercando di recuperare un gap» nei confronti delle altre metropoli a vocazione internazionale. Per Carrubba, gli «investimenti su nuove grandi sedi espositive, museali, musicali, nonché sulle biblioteche» sono necessari perché «la funzione del soggetto pubblico nell'ambito culturale non e accaparrare il consenso elettorale, ma rafforzare la società civile». Una visione lungimirante e anche nobile, che però cozza per ora contro le contraddizioni dello scenario generale. Contraddizioni evidenziate dai responsabili dei principali centri culturali di Milano, realtà che hanno il polso della gente. Netto il giudizio di Guido Bertagna del San Fedele: «A Milano le iniziative non mancano e neppure le sovvenzioni, sia pubbliche sia private, ma si tratta di un'offerta carente, più informativa che formativa»; la vera «sfida» culturale sono i 134mila stranieri iscritti all'anagrafe cittadina, ovvero 11 10 di tutti gli stranieri presenti in Italia». Ferruccio Capelli, della Casa della cultura, si è chiesto dal canto suo «se l'attività culturale sia effettivamente un punto centrale dell'amministrazione politica» come per esempio sta avvenendo a Roma, dove è evidente «uno sforzo per ridisegnare la vita della città tutta intorno alla cultura». Infine Fulvio Ferrano, del Centro culturale protestante, ha criticato la dominante ideologia della sponsorizzazione e dell'«evento» perché i centri culturali, «pur svolgendo un prezioso lavoro di base, raramente hanno la forza di creare eventi appetibili per gli sponsor. «Esprimere una strategia» A Milano città i centri culturali d'ispirazione cristiana costituiscono un patrimonio quantitativamente rilevante, un vero e proprio network di storia, civiltà e solidarietà, pur nella grande varietà di accenti: ben 130 realtà fra circoli, centri di studi, luoghi di ricerca, associazioni di base, legati a parrocchie, movimenti, ordini, nonché fondati da laici o dalla Chiesa stessa come lo storico Ambrosianeum. Questa la radiografia tracciata da monsignor Giovanni Battista Balconi, 64 anni, responsabile della curia per il coordinamento dei centri culturali cattolici. A fronte di tale ricchezza, che è «una risorsa» e «un bene comune», Balconi osserva però «una scarsa udienza da parte della mano pubblica, il Comune, che non ci aiuta e sottovaluta questa realtà globale, non fornendole adeguati appoggi, né sotto forma di erogazioni, ne sotto forma di divulgazione delle iniziative». Nell'hinterland, invece, «il rapporto fra municipio e centri culturali è più stretto, perché questi vengono considerati un interlocutore prezioso». Balconi, però, si guarda bene dal limitare il problema della cultura alla mera, e pur cruciale, questione dei finanziamenti, perché «in realtà la questione più grossa è proprio culturale: cioè il riuscire a smuovere i milanesi, che sono come ripiegati sotto una sorta di cappa, e che invece devono recuperare il senso vero della vita sotto le incrostazioni della cultura consumistica, dell'apparenza più che della sostanza». Secondo Balconi, i centri culturali cattolici possono «esprimere una strategia a ventaglio, alzare una voce profetica, interpretare le esigenze delle comunità di zona». Ma la cultura costa, e il volontariato non basta. (D. Mon.)