Napolitano elogia la rassegna al Quirinale: «Successo italiano» Intanto firma un decreto disastroso sul patrimonio artistico Sarà perché Napolitano, il catalogo sulla scrivania, ne ha parlato nel discorso di fine anno. Sarà perché per smaltire zamponi e panettoni una sgambettata in centro andava pur fatta. Sarà perché è gratuita, salvo la domenica. Ma la mostra "Nostoi Capolavori ritrovati", ospitata nella Galleria di Alessandro VII nel Palazzo del Quirinale e aperta dal 21 dicembre scorso fino al 2 marzo prossimo, in questi ultimi giorni prima del rientro al lavoro sta registrando un pienone niente male. E lo dobbiamo ammettere: proprio per questo ci siamo andati un tantino prevenuti. Il "mostrifìcio" italiano, cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, spesso non è infatti all'altezza delle aspettative. Il rischio, visti i precedenti, anche stavolta c'era: una mostra che espone una settantina di reperti archeologici illegittimamente detenuti da grandi musei statunitensi e ora, dopo lunghe trattative avviate già un paio di esecutivi or sono, restituite al Paese di provenienza in cui furono scavate e da lì esportate di frodo - la nostra Italia, naturalmente. E che tipo di mostra sarà? Noiosa come le periodiche esposizioni di maltolto recuperato che la Benemerita abitualmente organizza a Castel Sant'Angelo? Beh, forse per chi di archeologia non si interessa proprio. Ma per tutti gli altri... che sorpresa! Il rientro in Italia del capolavori Dal J. Paul Getty Museum di Ma-libu, in California; dal Metropolitan Museum of Art di New York; dal Museum of Fine Arts di Boston; e dal Princeton University Art Museum; perfino dalle collezioni di alcuni grandi mercanti di antichità: nelle te-che esposte sotto le volte affrescate si allinea una serie di capolavori assoluti dell'arte antica dal VII secolo a.C. al II d.C, alcuni sono veri e propri esemplari unici del loro genere, degli hapax, senza paragoni al mondo. La Vibia Sabina, moglie dell'imperatore Adriano morta nel 136, scolpita in marmo finissimo e probabilmente sottratta a Villa Adriana; la psykter in terracotta a figure rosse del 510 a.C. attribuita a Smikros; il cratere a calice firmato dal Pittore Asteas; il trapezophoros in marmo asiatico dipinto, della fine del IV secolo a.C, impressionante sostegno policromo di mensa cerimoniale con due grifoni alati che azzannano una cerva; 0 volto in avorio, completo, di una delle circa settanta statue crisoelefantine (oro e avorio) conosciute dell'antichità romana, di poche delle quali restano giusto frammenti. E dal 20 gennaio anche il celeberrimo Cratere di Eufronio, unico integro dei ventisette vasi dipinti dal più abile del Gruppo dei Pionieri, i primi pittori attici tardo-arcaici a sviluppare la tecnica a figure rosse. L'enorme lavoro di indagine Tutto questo è il frutto di un enorme lavoro di indagini, di ricerche scientifiche e di ferme trattative diplomatiche avviato negli anni Novanta e svolto in sinergia da magistratura, ricercatori, Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, avvocatura di Stato e Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Un lavoro che pone fine all'era della "Grande Razzia", i trent'anni circa dal 1970 al 2000 in cui l'emorragia di reperti archeologici operata da tombaroli, intermediari, mercanti e acquirenti esteri - pochi dei quali in buona fede - è andata distruggendo la caratteristica più preziosa, ai fini di una intelligenza storica, dei capolavori contrabbandati: il loro essere parte di un "contesto". Tutto questo, si spera, è ormai cambiato. I musei americani, messi di fronte a prove inoppugnabili e accusati dalla stessa stampa statunitense, cambiate alcune teste hanno anche cambiato atteggiamento, e hanno cominciato a restituire. In cambio di prestiti a lungo termine, certo, e di concessioni ad operare campagne di scavi scientifici nel nostro territorio. Ma principalmente in virtù di una nuova disciplina etica che sembra ormai ben diffondersi in ambito internazionale: «Restitution is only a part of the solution» (la restituzione risolve solo una parte del problema), ha stigmatizzato recentemente uno studioso britannico. L'Italia, intanto, ha già avanzato richieste di restituzione ad altri musei del mondo, asiatici e mitteleuropei, la Grecia sta facendo lo stesso, e probabilmente assisteremo a una interessante stagione di nostos, cioè di ritorno a casa dei testimoni culturali del passato. Tuttavia, facendo scivolare lo sguardo sulle opere esposte nelle teche di sicurezza è facile dimenticare di porre mente alle circostanze in cui furono ritrovate: ancora sporche di terra, in qualche campo sperduto, estratte da mani inesperte e distruttive, lontano dallo sguardo di chi dovrebbe, pardon, vorrebbe farsene carico per conto della collettività, dello Stato. Curiosa coincidenza, infatti, la mostra al Quirinale ha aperto nei giorni (21 dicembre 2007) in cui, dopo mesi di dibattito, con Decreto del Presidente della Repubblica veniva pubblicato in Gazzetta Ufficiale (15 dicembre 2007) il testo del nuovo Regolamento di riorganizzazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Era stato sbandierato come la panacea a molti dei mali che affliggono la gestione del nostro patrimonio culturale. E invece. Il trionfo dei burocrati E invece si è risolto nel solito valzer para-politico delle cariche dirigenziali operato dal ministro di turno, nel mantenimento - aggravamento, a tratti - della intollerabile preponderanza degli apparati burocratici a scapito delle figure tecnico-scientifiche (storici dell'arte, archeologi, architetti, archivisti bibliotecari...), che rappresentano un esiguo 15 sui circa 25 mila dipendenti del MiBAC. Eppure tali figure sono le sole in grado di assolvere fattualmente ai compiti primari del Ministero: la conoscenza, la valorizzazione e - ma guarda un po' - la tutela dei Beni culturali di questo Paese. L'iter del testo era stato seguito non solo dalle Commissioni parlamentari Cultura e Istruzione, non solo dal Consiglio Superiore per i Beni culturali e il Paesaggio, ma anche da organizzazioni sindacali, associazioni per la tutela del Patrimonio culturale, associazioni professionali di settore, con numerose osservazioni propositive. Di cui è stata praticamente fatta carta straccia. D presidente Giorgio Napolitano, a reti unificate, ci ha detto di essere restato sorpreso da quanti all'estero apprezzano la cultura italiana. Ma la firma su questo decreto, entrato in vigore proprio il 31 dicembre 2007, l'ha apposta proprio lui.