La statua della moglie di Adriano è uno dei 68 capolavori antichi restituiti dall'America all'Italia esposti alla mostra «Nostoi» allestita al Quirinale E difficile scegliere a cosa dare la priorità, al contenitore o al contenuto? Alzare lo sguardo sull'algida galleria di Alessandro VII, o concentrarsi subito sui 68 capolavori di arte antica? Libera dalle soffocanti aggiunte napoleoniche, la galleria rivela ora i delicati affreschi su disegni di Pietro da Corto-na. Colmi di luce come un tempo, dopo la riapertura delle ampie finestre prima oscurate da plumbee murature. Che illuminano anche le opere recentemente consegnate all'Italia da quattro musei statunitensi, in base a documenti comprovanti che erano state illecitamente sottratte al nostro Paese. Louis Godart, consigliere culturale del presidente Napolitano, sorvola quasi distrattamente sul proprio operato in Quirinale per concentrarsi sulla mostra. «Nostoi» l'ha voluta chiamare, assimilando i ritorni in patria delle opere a quelli degli eroi della guerra di Troia. E si compiace di narrare gli antichi miti per mostrare con quale maestria i ceramografi antichi li abbiano saputi illustrare. Ecco Cliten-nestra che assiste disperata all'uccisione dell'amante Egisto per mano del figlio Oreste (su cratere attico «già al Paul Getty Museum di Malibu», come recita la didascalia). O le scene cruente della presa di Troia: l'uccisione sacrilega di Priamo presso l'altare di Zeus, o la violenza gratuita " fatta a Cassandra mentre abbraccia disperata il Palladio (su una kylix attica «già al Metropolitan Museum di New York»). O il repentino agguato di Achille a Troilo, dipinto con raro dinamismo su un cratere apulo «già al Museum of Fine Arts di Boston». Godart nota poi la bellezza languida del corpo di un'etera, e la forza armonica del ritratto di un grande atleta di Crotone. Manca solamente, a completare il quadro, il cratere dove il famoso Euphronios ha colto dramma e compianto per la morte di Sarpedonte («quasi una Deposizione pagana» nota in catalogo il direttore generale per l'archeologia Stefano De Caro), che il Metropolitan invierà in Italia a gennaio. E poi in sole 69 opere si avrà una bella sintesi dell'arte antica, dalle ceramiche corinzie del VII secolo a.C. ai capolavori attici, apuli, campani, etruschi, fino alle pitture pompeiane e alla scultura romana imperiale. Non a caso, infatti, accolgono il visitatore una bella Kore arcaica dell'isola di Paros (VI secolo a.C), simbolica e significativa partecipazione alla mostra della Grecia che l'ha da poco riavuta dal Getty Museum, e il regale ritratto di Vibia Sabina, austera consorte dell'imperatore Adriano (II secolo d.C). «Sabina è alta più di due metri e pesa 1.200 chili. Così grande, è sicuramente uscita dall'Italia grazie a molte complicità», afferma secco Godart. E poi prosegue nella sua accusa a tombaroli e mercanti italici illustrando la loro strategia più consueta, spezzare il capolavoro in frammenti in modo da eludere più facilmente i controlli doganali e vendere poi all'acquirente un pezzo per volta a prezzo crescente. «Guardi come hanno distrutto questa base marmorea di mensa (IV secolo a.C), come hanno spezzato i corpi della cerva e dei due grifoni che l'addentano». È un pezzo unico, sublime. Di cruenta eleganza. La cerva oramai arresa e indifesa, i muscoli dei grifoni tesi nel vorace sforzo, le loro ali ritte e potenti. Emerso silenziosamente da una tomba della cittadina pugliese di Ascoli Satriano, era poi riemerso al Getty in riva al Pacifico. Il tutto grazie sì ai tombaroli, ma soprattutto a un sistema complesso di mercanti e acquirenti, musei o collezionisti privati. Senza domanda non c'è offerta: meglio ricordarlo Sempre, monsieur Godart. È questo sistema che diversi Paesi, Italia in testa, si stanno impegnando a scardinare. Con una battaglia condotta soprattutto «su basi etiche», come ama ricordare il ministro Rutelli. L'oggetto antico appartiene alla terra in cui si trova non per desiderio di proprietà o mero spirito nazionalistico, ma perché solo nel proprio contesto può narrare la propria storia. Fuori da esso la sua bellezza è muta. Così l'Italia si è guadagnata l'accorato appoggio dell'opinione pubblica statunitense, e ha saputo far leva sui musei. E oggi il mercato mondiale dell'arte antica sta effettivamente cambiando volto. «Londra, Ginevra, Amsterdam. Oramai non si acquista più nulla in nessun luogo», lamentava giorni fa una facoltosa signora milanese. Ma è troppo presto per cantar vittoria. «Musei come il Metropolitan, pur privandosi ora di oggetti di comprovata provenienza illegale, non possiedono però ancora un codice deontologico sulle acquisizioni», tuona da tempo l'archeologo Colin Renfrew. «Dobbiamo costringerli a farlo». Quanto alle bellezze ora in mostra, sarebbe bello e giusto accogliere la richiesta della Grecia di esibirle anche lì, a monito ed esempio. Prima di restituirle finalmente ai loro "contesti".