Nella primavera di tre anni fa il Museo archeologico di Palermo ospitò, con una inaugurazione notturna, le tre teste romane di età imperiale che erano state ritrovate casualmente lestate precedente a Pantelleria. Non si trattava di opere di eccezionale valore ritratti realizzati secondo i modi quasi seriali dalle officine dellepoca ma in quella occasione Ferruccio Barbera, consulente dellassessore regionale ai Beni Culturali, orchestrò una operazione promozionale che sino a notte inoltrata condusse migliaia di visitatori nelle sale del Salinas solitamente poco frequentate dai palermitani nonostante ospitino alcune delle raccolte di maggiore importanza di tutta letà grecoromana in Sicilia. Poteva essere il pretesto per un rilancio su ampia scala per il museo palermitano, che addobbato a festa in quella serata apriva anche il secondo piano con la collezione di ceramiche greche e i mosaici romani spesso chiuso al pubblico per carenza di personale; così non fu, e quella lezione di marketing culturale che sfruttava abilmente leffetto evento piaccia o meno, uno dei motori indispensabili della politica relativa ai beni artistici rimase di fatto senza seguito, nonostante le mostre allestite successivamente con i consistenti materiali dei depositi. Una occasione mancata insomma, come avviene quando il clamore mediatico non è accompagnato da pari attenzione (in termini di risorse, personale, progetti) per i compiti istituzionali di un museo, in modo che il suo ruolo di collante dellidentità storica di un territorio e di una cultura venga garantito e potenziato. Quella serata assume oggi, alla vigilia della annunciata chiusura del museo archeologico, un sentore malinconico e beffardo. Non soltanto per i tempi lunghi richiesti dagli interventi strutturali (consolidamento, rifacimento degli impianti, parziale riconfigurazione architettonica del settecentesco ex Convento dei Padri Filippini), almeno 36 mesi, ma anche perché alcuni passaggi fondamentali propedeutici ai lavori come linventario dei magazzini e soprattutto il progetto per il nuovo allestimento museografico risultano, a tuttoggi, ancora indefiniti. Quando poi alla chiusura del Salinas rischia di affiancarsi in una assurda concomitanza di tempi quella dellaltro museo regionale palermitano, la Galleria di Palazzo Abatellis (manutenzione straordinaria delle sale allestite da Carlo Scarpa, completamento dopo trentanni dellala settecentesca dove troveranno sistemazione i dipinti del Seicento, riapertura prevista alla fine del 2008), lofferta museale palermitana segna per il prossimo anno lallarme rosso; ed questo che ha indotto cinque associazioni culturali cittadine (Salvare Palermo, Fai, Italia Nostra, Legambiente, Associazione dimore storiche e gli Amici dei Musei siciliani) a indire lassemblea cittadina di ieri. Lassessore ai Beni culturali Lino Leanza ha assicurato che i due musei non chiuderanno contemporaneamente e che sono allo studio sedi espositive provvisorie. I più importanti capolavori della Galleria potrebbero andare allOratorio dei Bianchi, mentre alcuni pezzi del Salinas potrebbero finire al Guglielmo II di Monreale e almeno una collezione in alcuni locali delle Poste Centrali. Questione complessa: avviene infatti normalmente che i musei, chiudano quando sono necessarie delle opere di tale impegno; meno normale è che la chiusura avvenga lasciando nel vago i criteri complessivi che dovrebbero guidare il progetto come è il caso del Salinas (alla luce dei nuovi studi e delle nuove scoperte è ad esempio prevista una nuova riorganizzazione o una integrazione della sala delle metope selinuntine?), ridisegnando parte degli spazi in un manufatto architettonico di tale pregio e importanza da rendere auspicabile il confronto internazionale di un concorso di idee. Il piano di movimentazione delle opere, annunciato solo ieri e solo come ipotesi, appare improvvisato. La geografia degli spazi espositivi - a conferma di una programmazione dei lavori a paratie stagne e segmenti separati - risulta non facilmente praticabile. La grande incompiuta delle strutture espositive palermitane, lAlbergo dei Poveri (riaperto per la prima volta giusto ventanni fa, nella primavera del 2008 con una mostra di Fernando Botero, e da allora funzionante in modo intermittente, con lunghi periodi di chiusura) è interessato da lavori di restauro che, a quanto si dice, non prevedono limpiantistica museale; lo stesso Oratorio dei Bianchi, che con Palazzo Abatellis dovrebbe formare in futuro un solo soggetto espositivo, è probabilmente in attesa di lavori, e ha comunque spazi piccoli e inadeguati; Palazzo Belmonte Riso, sede sinora del tutto ipotetica del Museo regionale dArte Contemporanea, continua a mantenere sbarrato il portale su Corso Vittorio Emanuele nonostante lannuncio, oltre quattro anni fa, di stanziamenti per adeguarne strutture e servizi. Questo per quanto riguarda gli spazi di diretta pertinenza della Regione, quelli cioè che sarebbe stato logico predisporre in vista della chiusura dei due musei e in considerazione di un tessuto museale cittadino drammaticamente carente in relazione alla storia e alla lunga vicenda culturale di Palermo (rimangono nel perenne limbo panormita delle intenzione pie e velleitarie listituzione di un museo del Settecento e di un museo della città, di cui si continua a parlare, senza seguito, da molti anni), incapace di intercettare in modo sensibile e continuativo almeno una parte di quei flussi di visitatori che ultimamente hanno ridisegnato la geografia espositiva in Italia e fuori. Non è solo questione di marketing: la costosissima mostra trapanese su Caravaggio, benché minore e in seconda battuta dopo Malta, attira moltissimi visitatori in virtù di quello che è diventato un vero e proprio brand di successo come pochi altri artisti e movimenti (Van Gogh, gli Impressionisti, Picasso e Matisse); ma quando (ne ha scritto Maurizio Barbato su questo giornale) la maggior parte delle sale del Pepoli rimane chiusa al pubblico per mancanza di custodi, leffetto evento si tramuta in un boomerang, e la gestione complessiva del patrimonio museale esibisce un pessimo biglietto da visita. Musei ed eventi espositivi, insomma, dovrebbero funzionare (come avviene altrove) come un interfaccia, e non si tratta soltanto di standard inadeguati al livello internazionale o della difficoltà del reperimento delle risorse, ma anche della incertezza dei finanziamenti della conseguente difficoltà a programmare come è necessario a medio e lungo periodo. Non è un caso che alcuni grandi mostre allestite recentemente in Italia avrebbero trovato nella storia dellarte siciliana e nei suoi musei la collocazione più idonea: ma la grande esposizione di Antonello si è tenuta a Roma, alla Scuderie del Quirinale, e quella di Van Dyck a Palazzo Reale a Milano (dopo la grande rassegna genovese), con almeno una decina di opere legate al soggiorno isolano dellartista fiammingo e ai suoi rapporti con la committenza locale. A Firenze cronaca di questi giorni la mostra di un pittore poco noto al grande pubblico come Francesco Furini ha calamitato visitatori e stampa, da noi la mostra progettata su Matthias Stom, caravaggesco olandese attivo in Sicilia nella metà del Seicento, rimane al palo in attesa di tempi migliori. Anche su questo, affrontando lemergenza determinata dalla chiusura dei due musei, sarà opportuno dibattere.
la Repubblica
8 Gennaio 2008
✓ Entità verificate
SICILIA - PALERMO: La chiusura dei musei senza politica culturale
SE
Sergio Troisi
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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