LAWRENCE ALMA-TADEMA LELEGANZA DELLANTICO --------------------------------------------------------- Si dice di rado che una mostra è irripetibile, ma nel caso di «Lawrence Alma-Tadema e la nostalgia dellAntico» al Museo Nazionale Archeologico (fino al 31 marzo) possiamo dirlo senza timore di smentita: non perché la mostra presenti una quantità eccezionale di dipinti del pittore di nascita olandese e naturalizzato inglese, ma perché - in originale - possiamo vedere gli oggetti duso, i monili, le suppellettili, gli arredi, le decorazioni architettoniche, le sculture di marmo e di bronzo che Tadema (1836-1912) compone nelle sue evocazioni. Nessun museo al mondo possiede infatti un tal numero di reperti provenienti dagli scavi delle città vesuviane e dunque lincontro vis-à-vis diviene davvero emozionante. Quelle di Tadema sono, ho appena detto, delle evocazioni e questo è il giusto termine per qualificare lenorme impegno che sottende le sue composizioni che sono tra i momenti più alti della pittura vittoriana e tra i più suggestivi dellOttocento. Alma-Tadema è di uno scrupolo encomiabile, mostra di conoscere della città dissepolta dalle ceneri del Vesuvio a partire dal 1748 tutto quanto al suo tempo si poteva conoscere. Nella sua grande casa londinese aveva una biblioteca fornita dove nulla mancava su Pompei, aveva per altro una collezione di fotografie ricchissima perché Pompei fu un soggetto privilegiato da questo nuovo media. In effetti la moda pompeiana non è una novità nella pittura dellOttocento: Jacob Philipp Hackert dipinse guaches splendide di Pompei già negli anni Novanta del XVIII secolo e un memorabile olio degli scavi oggi in Inghilterra. Il mito di Roma aveva preceduto ovviamente il revival ercolanense e pompeiano, affascinando soprattutto la pittura pompier francese e Madame De Staël aveva perfettamente compreso la radicale differenza tra questi mondi: «A Roma non si trovano altro che resti di pubblici monumenti, e questi non rammentano altro che storia politica dei romani. Ma a Pompei vi è la vita privata che si presenta tal qual essa era». Così si legge in Corinna o lItalia, finalmente in edizione italiana, ottimamente tradotta e curata da Eleanor Signorini per gli Oscar Mondadori ed è questo mondo che Alma-Tadema e unintera generazione di artisti contemporanei provano a ricreare per la nostra gioia. Il primo viaggio di Tadema a Pompei è del 1863 ed è un amore a prima vista, in cui primeggia avendo come "classicisti" convinti e compagni di strada artisti come Edward Poynter, Albert Moore o Frederich Leighton. Ma la pittura di Tadema ha una viva sensualità, una carica di paganesimo intenso che traspare nei suoi nudi perfetti, nellarticolazione degli ambienti, nella rappresentazione delle architetture e in ogni particolare dei suoi tableaux vivants. Quantunque non fosse architetto gli fu conferito il titolo professionale ad honorem a riprova della sua provata competenza. Un acquerello su carta di una minuziosa eleganza rappresenta la celebre tomba di Mamia, sita sulla via dei Sepolcri: essa ha una struttura a esedra ed è un luogo dove usa sedersi il viandante per riposare o evocare la defunta sacerdotessa, figlia di un notabile pompeiano. In primo piano è uno schiavo dal capo rasato: uno sguardo efficace sulla condizione della schiavitù che fa da contrasto agli abiti ricchi degli uomini in piedi che ammirano il golfo con al fondo il profilo di Capri. Tre donne elegantemente vestite sono sedute e chiacchierano tra loro: il sesso debole in queste tele ha sempre inequivocabili connotati anglosassoni. Il sedile di marmo ha braccioli a zampa di leone e un elemento floreale conclude lo schienale su cui corre una scritta evocatrice della defunta. Era già così celebre questa tomba che Hackert la dipinse e Tischbein fece sedere Anna Amalia di Sassonia, amica di Goethe e raffinata donna di lettere, per il suo ritratto. Basta questo confronto per capire che un secolo nellinterpretazione del gusto di Pompei non è trascorso senza radicali trasformazioni. Dalla secca evocazione archeologica dei pittori tedeschi siamo passati a quella che potremmo dire la spettacolarizzazione quasi cinematografica alla Cecil B. De Mille di Alma-Tadema. Ciò non mi esime dal dire che è di una superba bellezza lolio di grande formato (219x171 cm) che raffigura il retrobottega di un antiquario: al centro è uno schiavo che mostra una grande vasca di marmo a un gruppo di osservatori che sono lo stesso pittore con barba e suo suocero seduti, la moglie è in piedi con le due figlie bambine. John Ruskin criticò con durezza questi ritratti che trovò assai meno bene dipinti dei marmi, dei bronzi, della decorazione scultorea che si riconosce in questo doppio ambiente e sono tutti daprés pompeiani. Come si legge nel catalogo Electa a cura di Stefano De Caro, Eugenia Querci e Carlo Sisi, davvero assai ben fatto oltre che nei saggi, persino nelle schede, indispensabili almeno in tal caso. Nella maestosa sala della Meridiana alle tele di Alma-Tadema fanno corona una significativa scelta di pittori italiani che al genere pompeiano si dedicarono con passione. Ce ne sono di rilevanti che sono tutti di scuola italiana con leccezione di due bronzi di Gérôme: splendido Il Bagno (1861) di Domenico Morelli che segna lavvio del gusto neopompeiano, precede infatti le tele dellamico Tadema e si mostra assai più sobrio di lui senza sfoggio derudizione. La distanza che corre tra la stagione neoclassica e il gusto neopompeiano lo si legge perfettamente nelle opere di Federico Maldarelli la cui Fanciulla pompeiana intenta a leggere una lettera sembra essere una cerniera tra due mondi contigui ma pure distanti. Perfettamente e con maggiore evidenza ciò si vede se si passa a Santa Maria della Scala a Siena dovè di scena - ed è fortunata coincidenza - «Nel segno di Ingres. Luigi Mussini», un emulo consapevole e assai fine del vate del neoclassicismo: dove il purismo è cifra dominante e assai distante dalla pittura non solo dello sfacciato evocatore Tadema, ma anche dallo storicismo colto e calibrato del Morelli.