MANTOVA. «La vostra città è quella che più di altre in Lombardia ha colto il senso della politica dei beni culturali. Ora Mantova ha coscienza, qualità e forza per portare avanti il programma». È' il giudizio e di Carla di Francesco che lascia la direzione regionale dei beni culturali per un nuovo incarico al ministero. Paladina della svolta cultural-ambientale della Brioni, protagonista del blocco di Strada Cipata, sostenitrice del Piano Settis. Come direttore regionale dei beni culturali ha coordinato tutte le sovrintendenze ed è stata vicinissima a Mantova, al fianco del sindaco Fiorenza Brioni, supporter del Piano di Salvatore Settis. L'architetto Carla di Francesco, promossa al ministero come nuovo direttore del Dare (architettura), della tutela del paesaggio e dell'arte contemporanea - a Milano sarà sostituita da Gino Famiglietti - ci ha rilasciato questa intervista È' stata paladina della svolta ambiental-culturale del sindaco Brioni. E ora? «Adesso Mantova ha coscienza, qualità e forza per portare avanti il suo programma. E poi sul paesaggio, dal momento che assumerò l'incarico a Roma, cercherò di essere il più possibile presente e attenta». Va a dirigere architettura, arte contemporanea e tutela dell'ambiente al ministero. La sua linea? «La linea è quella di un lavoro che è già molto avanti, bene avviato dal predecessore Pio Baldi. Si tratta di seguire le linee già tracciate, potenziare e aiutare il percorso di conclusione del Maxxi, il Museo delle Arti del XXI Secolo. Sul paesaggio ci sono importanti novità in arrivo con la modifica del Codice Urbani e quindi si tratta di coadiuvare sovrintendenze e direzioni regionali a compiere il processo di copianificazione paesaggistica con le Regioni, e naturalmente fornire le indicazioni utili per ciascuna realtà». Che cosa ha rappresentato l'esperienza mantovana? Lei è stata testimone della stagione di Burchiellaro e protagonista di quella della Brioni. «La sovrintendenza di Mantova negli ultimi tre anni ha fatto un lavoro straordinariamente interessante e intelligente. Mi riferisco non solo alle mostre che sono l'attività più visibile, ma anche alla ripresa dei lavori di restauro, controllo e ampliamento delle aree visitabili che costituiscono l'impegno ordinario. La bellissima mostra su Fontana, ad esempio, è stata da me appoggiata e in qualche modo è un futuro anello di congiunzione con il mio nuovo incarico. Circa le due stagioni è difficile dare un giudizio. Mantova nel suo complesso è una città che ha un ottimo rapporto con cultura, paesaggio e centro storico. E' una costante che vedo in forte crescita». Fra congelamenti di progetti, vincolismi e attese di un Piano Settis che circola ma non arriva al dunque, non ritiene che Mantova possa restare al chiodo? «No. Io non credo che Mantova resti al chiodo. Nel mio giudizio sulle città e province lombarde, Mantova è quella che ha colto meglio nel segno la politica dei beni culturali. Nel senso più ampio. In questa politica Mantova ci crede. Non è uno specchietto per stare sulla stampa». Il mosaico romano scoperto in piazza Sordello ha tutta l'aria di dover restare un buco. Si dice che ci sia resistenza da parte dei sovrintendenti. «È chiaro che è una scoperta estremamente lusinghiera per Mantova. È un altro degli importanti avvenimenti degli ultimi anni. Ma bisogna fare le cose con gradualità. È necessario conoscere di che si tratta. Certo, abbiamo inserito lo scavo nel piano dei lavori. Ma l'ipotesi di una zona archeologica all'aperto mi sembra molto prematura. E non siamo molto d'accordo. La compiutezza dello spazio urbano che ha piazza Sordello, secondo me, non accetterebbe un'eventuale nuova copertura, modifiche o turbamenti». In architettura e urbanistica per dire si o no, che cosa conta: la conservazione della città fatta museo o la qualità dei progetti contemporanei? «Direi che c'è un giusto contemperarsi di entrambe le cose. Certamente la qualità della progettazione nuova, quindi l'intelligenza del luogo, è fondamentale ed è forse quello che per qualche decennio l'Italia ha trascurato». Gli scheletri degli Amanti neolitici sono sottoposti ad esami a Corno. Non ritiene che l'archeologia e gli archeologi siano avari di informazioni, gelosi dei reperti? La scoperta, se subito sfruttata, sarebbe stata un'opportunità internazionale per Mantova... «Su questo argomento trovo difficile un mio giudizio. È vero quello che lei dice. Ma prima di esporre e far conoscere ò giusto che si abbiano le idee chiare. Fra un anno o anche due gli scheletri potranno tornare in città con tutte le informazioni. L'archeologia-spettacolo è bella, ma rischia di fare dell'informazione superficiale». Balneabilità dei laghi, recupero totale del Palazzo del Podestà, restauro del paesaggio. Non le sembrano più auspici ideologici che progetti praticabili? «Secondo me no. Chi ha la responsabilità di una città e di un territorio fa programmi da realizzare. Questi mi sembrano ottimi intenti. Però sulla balneabilità non so che dirle, io mi occupo di paesaggio e non di ecologia dell'ambiente. Gli altri punti rappresentano una prospettiva bellissima. Vanno a completare la collocazione di Mantova, che così alza il tiro. Ha più valore la restituzione di luoghi stabili piuttosto che la creazione di eventi effimeri». Quali sono invece i punti vulnerabili della città? Lei, che è architetto, dove e come comincerebbe a riprogettare? «Per il centro non mi viene nulla. Solo un'impressione: gli immediati dintorni e le vie d'accesso, come in tutte città storiche, sono rovinati da capannoni, centri commerciali, parcheggi, outlet, frutto della globalizzazione. Mi sarebbe piaciuto che Mantova non avesse questi dintorni. Ma è fatale...». La fermata della lottizzazione di Strada Cipata secondo lei è una conquista? «Dico sì. Credo fermamente che quella sia un'area da salvaguardare in toto. Non riesco a concepire di arrivare al Ponte di San Giorgio e sapere che ci sono espansioni edilizie che sostituiscono il verde naturale nell'area dei laghi».