Mai il nostro patrimonio storico-artistico-paesistico è stato in pericolo come oggi. Mai»: è con questo grido d'allarme che si conclude l'appello diffuso ieri dal cartello di associazioni che si battono per la tutela dei nostri beni culturali, Italia Nostra, Wwf Italia, Assotecnici, Associazione Bianchi Bandinelli, Comitato per la Bellezza. L'appello ha un obiettivo tutt'altro che generico: è per la difesa del regolamento 283 del 2000, quello con cui, Giovanna Melandri ministro dei Beni Culturali, si stabilivano criteri, tempi e procedure per l'apposizione dei vincoli e per l'eventuale alienazione di pezzi del patrimonio pubblico. E che ora, nonostante le ripetute assicurazioni di Urbani, «verrà travolto e cancellato» spiegano le associazioni. È un appello che entra nel merito di un nodo politico che sta affiorando in queste settimane: la strategia di dismissione dei nostri beni, per fare cassa, è un'invenzione del governo di centrodestra, che opera così una rottura totale con una secolare tradizione di tutela, oppure ha le sue radici negli anni di governo dell'Ulivo? Della seconda tesi il sostenitore più acceso, nel saggio Italia s.p.a. come in recenti prese di posizione (per esempio al convegno svoltosi a Pisa giovedì 6 novembre), è Salvatore Settis. Ora, il documento delle associazioni ricorda come esse stesse abbiano contribuito, durante il governo di centrosinistra, al regolamento Melandri, e ne illustra la filosofìa. È vero che già in esso c'era il principio del «silenzio-assenso» per la dismissione dei beni introdotto ora dall'articolo 27 del decretane allegato alla Finanziaria? «Al contrario... esso non contempla in alcun modo il meccanismo del silenzioassenso» spiega: il regolamento prevede che entro due anni Regioni, Province e Comuni trasmettano al Sovrintendente regionale l'elenco dei beni di loro proprietà e che il Sovrintendente abbia altri due anni per stabilire quali siano alienabili. In più, che se un bene «non» viene inserito in quegli elenchi, esso «non» è alienabile. In caso di cessione ai privati, che essa venga accompagnata di vincoli precisi di conservazione, destinazione d'uso ecc.., il cui mancato rispetto farà decadere la vendita. E con diritto di prelazione all'acquisto per Ministero, Regione, Provincia, Comune. Idem per i beni dello Stato ancora non vincolati. Per essi, in caso di inerzia del Sovrintendente, si prevede la nomina di un commissario ad acta che operi in sua vece. Anche qui, rileva il documento, secondo una filosofia che è il contrario del silenzioassenso. Del regolamento Melandri, e delle altre norme vigenti, conclude l'appello, le associazioni chiedono la «difesa strenua» in «questo delicatissimo momento di attracco frontale ai centri storici, al paesaggio e all'ambiente italiano».