VITERBO Rischia di saltare la trattativa tra la Sovrintendenza e i Torlonia per l'acquisto, da parte dello Stato, degli affreschi della Tomba François di Vulci, uno dei beni archeologici più preziosi esistenti al mondo. La vicina conclusione della trattativa era stata annunciata dal ministro per i Beni culturali, Francesco Rutelli nel corso della recente visita al Museo nazionale etrusco di Tarquinia. "Stiamo trattando con la famiglia Torlonia gli affreschi della tomba François aveva dichiarato il ministro - Vogliamo esporti permanentemente nel museo etrusco di Vulci. Ma la richiesta dei proprietari è ancora troppo alta". Il trasferimento del sovrintendente regionale Luciano Marchetti, che stava per portare a conclusione le trattative con i TorJonia, grazie anche all'utilizzo di fondi regionali (circa tre milioni di euro) e ad altri dello Stato, rimette in discussione tutto. Toccherà al nuovo sovrintendente, Francesco Prosperetti, adoperarsi per trovare un'adeguata soluzione ad un contenzioso che dura da molto tempo. Nel 1857, il principe Torlonia, allora proprietario dei terreni intorno Vulci, affidò all'archeologo fiorentino Alessandro François l'esploratone della necropoli ad est del Fiora. Risultato di questa campagna di scavo fu la scoperta di una delle tombe a camera più celebri d'Etruria, che dal suo scopritore prese il nome di François. I suggestivi momenti dell'apertura del sepolcro e l'incredibile spettacolo che si presentò agli occhi dei fortunati scavatori sono stati immortalati dal seguente racconto: "Quando l'ultimo colpo di piccone atterrò la pietra che chiudeva l'entrata della cripta, la luce delle torce rischiarò le volte di una funebre dimora, il cui silenzio da più di venti secoli nessuno aveva turbato. Ogni cosa laggiù si trovava nello stesso stato in cui era stata disposta il giorno nel quale era stata chiusa l'entrata. L'antica Etruria vi si rivelava in tutto il suo splendore. Un'intiera civiltà sorgeva, quasi fantastica visione, da un sepolcreto. C'era da restare abbagliati. La stessa Pompei non aveva offerto uno spettacolo così imponente. Coricati sulle loro bare i vecchi guerrieri etruschi colle loro armi indosso, sembravano riposarsi dalle fatiche di una battaglia allora allora guadagnata sopra i Romani o i Galli. Forme, vestiti, stoffe, colori, furono per alcuni minuti visibili; poscia a misura che l'aria della campagna penetrava nella cripta, tutto sparve" scrisse lo stesso scopritore. Scavata nella necropoli del Ponte Rotto, questa tomba presenta anzitutto una pianta molto complessa, dal momento che consta di ben undici camere rotanti attorno a un grande ambiente centrale a sagome di "T", che prefigura la suddivisione in atrio e tablino della casa romana e che risale, nella sua prima formulazione, alla metà del V secolo a.C; su questo vano centrale si aprono sei degli ambienti, mentre altri tre si originano dal lunghissimo dromos, che si inoltrava per ventisette metri. La parte posteriore del vano (chiamata tablinum, mentre quella anteriore è detta atrium) era decorata da un soffitto a cassettoni con volto del demone Charun in rilievo. Proprietaria e titolare del sepolcro, ricco di iscrizioni che fungono da didascalia ai vari personaggi, era la famiglia Saties. Lo stesso fondatore della tomba o capostipite Vel Saties riserva per se uno spazio ove farsi effigiare a tutta altezza, sulla parete destra dell'atrio, vestito di una sontuosa toga dai colori scuri e orlata dì figure ricamate (toga picta) e accompagnato dal giovane Arnza ('piccolo Arnth') che regge fra le mani un volatile trattenuto da una cordicella. Egli si appresta dunque a osservare il volo dell'uccello a scopo mantico. Sulla stessa parete destra compariva in origine una figura femminile, cioè la moglie del Saties, Thanchvil Verati. Da alcune scritte si può dedurre che i Saries vantavano ascendenze genealogiche greche (ateniesi?) e pretendevano di risalire a Nestore; allo stesso modo i nobili etruschi Verate avranno posto all'origine della loro stirpe (già cartaginese?) il re Fenice.