L'Afghanistan arriva in America. Non si tratta di una visita del presidente Hamid Karzai. Né, come qualche affranto nostalgico potrebbe ricordare, dell'arrivo dei Talebani negli States nel marzo 2001 - così sarcasticamente riportato da Michael Moore in Fahrenheit 911. No. L'atteso ospite, stavolta, è una mostra di antiche meraviglie afgane. Capolavori rimasti nascosti sino al 2004, che costituiscono un patrimonio dell'umanità, testimonianza di una memoria ritrovata del passato millenario dell'Afghanistan. E che, sopravvissuti miracolosamente a guerre e saccheggi, dal 2006 sono esposti per la prima volta in Occidente. Una manifestazione di straordinario valore artistico che però non ha evitato di generare polemiche negli Stati Uniti. La scintilla che ha fatto scattare la diatriba negli ambienti culturali americani è stata, guarda caso, l'ammontare dei bucks versati dalla National Geographic Society nelle casse del martoriato governo afgano per prendere le opere e farle vagare negli Usa: cifra tonda, un milione di dollari (più il 40 degli incassi totali meno le tasse). Che questa cifra, con così tanta presa nell'immaginario collettivo a stelle e strisce e non, abbia avuto lo stesso effetto nei confronti dell'amministrazione di Kabul? Difficile a dirsi. A ogni modo per tale somma 200 opere del Museo Nazionale dell'Afghanistan faranno un tour di 17 mesi negli Stati Uniti, dopo le tappe di Parigi e di Torino al Museo dell'Antichità del 2007. Una spola tra Washington, New Yew York, San Francisco e Houston. «E un farsa» dice al New York Times Lynne Munson, ex direttrice dell'ente culturale National Endowment for the Humanities. La Munson ha catalogato le opere in questione nel 2004, ma successivamente ha abbandonato il suo posto di lavoro proprio per la questione del compenso agli afgani. «Il 40 degli utili meno le tasse equivale a quasi zero, considerate le spese. E farsi prestare queste preziosissime opere per un misero milione di dollari è semplicemente ridicolo». In scia Ana Rosa Rodriguez, direttore esecutivo dell'Ente per la conservazione del patrimonio culturale afgano, aggiunge come siano «inaccettabili le maniere di una società prestigiosa quale la National Geographic nei confronti di un paese martoriato dalla guerra». Accuse immediatamente rispedite al mittente dalla stessa società tramite il vice presidente dei programmi esteri Terry D. Garcia, che sottolinea come l'accordo sia stato negoziato direttamente dal governo afgano, il quale non è stato sottoposto ad alcuna pressione. «Sarà una grande esibizione, con testimonianze dalla Via della Seta sino ai giorni d'oggi. Il popolo americano ne sarà soddisfatto». In effetti, soltanto a Torino questi capolavori sono stati ammirati da circa 130 mila visitatori. Si va dai reperti più preziosi del tesoro di Tepe Fullol (2200 - 1800 a.C. circa), ai lingotti d'oro della colonia greca di Ai-Khanum (fondata nel 300 a. C. da Seleuco I), dai manici di pugnale incisi d'orso siberiano a una rarissima tomba nomade. Un sontuoso crocevia di culture e arti lontane condite da una recente storia thriller. Infatti tutte queste opere, molte delle quali scoperte nel 1978 nel nord dell'Afghanistan, scomparvero durante la successiva invasione sovietica. Considerate perdute, erano invece state gelosamente conservate da alcuni studiosi d'arte e funzionari di governo nella cassaforte della Presidential Bank di Kabul durante la guerra civile. Nel 2003, con una situazione politica relativamente più tranquilla, sono state riportate alla luce e ora espatriate in Europa e Stati Uniti. Ma l'Afghanistan cosa ne pensa di questo, secondo alcuni, regalo alle potenze occidentali? La Munson parla anche di un probabile conflitto d'interessi, dal momento che un uomo fondamentale per le trattative è stato un tale Ornar Sultan. Un archeologo afgano, che, dopo l'esito positivo della contrattazione, è entrato a far parte del ministero dei Beni Culturali di Kabul, mentre era ancora sotto contratto con la National Geographic. Garcia smentisce. E getta acqua sul fuoco anche l'ambasciatore afgano in America Tayeb Jawad: «Sin dall'inizio il denaro non è stato un problema. Speriamo invece che questa mostra sia un credito al coraggio di quelle persone che hanno custodito questi tesori artistici durante gli ultimi sanguinosi anni». Ma forse la verità di tutto questo sta nelle parole del presidente Karzai. Che, secondo quando afferma l'ambasciatore Jawad, una volta firmato l'accordo avrebbe detto: «II prestito dei nostri tesori è anche una ricompensa all'Occidente per il supporto che ci ha sempre dato». Il Piano Marshall insegna.
L'America prende in prestito Farte afgana a prezzi stracciati
La National Geographic Society ha pagato un milione di dollari per prendere in prestito 200 opere d'arte afgane, tra cui capolavori del Museo Nazionale dell'Afghanistan, per esporle negli Stati Uniti. La scelta è stata oggetto di polemiche, con alcuni critici che considerano il prezzo troppo alto e che la società abbia potuto ottenere un trattamento migliore. L'ambasciatore afgano in America, Tayeb Jawad, ha affermato che il denaro non è stato un problema, ma che il prestito è stato un modo per la società di mostrare il suo sostegno all'Afghanistan. La mostra, che partirà da New York, passerà per altre città americane e sarà aperta al pubblico.
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