Ancora non si sa tutto ciò che si dovrebbe sapere, ma ora il governo ha scoperto le carte: era tutto vero, vogliono privatizzare la Biennale, metterla nelle mani degli imprenditori dopo averla tolta da quelle degli enti locali, Comune, Provincia e Regione, ma soprattutto da quelle di Venezia. II ministro Urbani ha consegnato ieri - sì può dire di nascosto? - al consiglio dei ministri un decreto ben dettagliato in cui si getta alle ortiche la storia del prestigioso Ente veneziano e se ne ridisegna l'assetto istituzionale tramite una nuova distribuzione dei poteri. Lungo questa strada, Urbani prevede di far entrare nel consiglio di amministrazione altri tre componenti, tutti imprenditori e, insieme, finanziatori. I numeri in questo caso sono importanti, poiché l'organismo è attualmente un trust ristretto dì rappresentanze; il ministero dei Beni Culturali, il Comune, la Provincia, la Regione e il presidente che è di nomina governativa. Va detto che nel corso dei decenni questa impostazione ha consentito alla Biennale di operare senza gravi fratture e con buona efficienza: i risultati sono sotto gli occhi di tutti, la fama mondiale della Biennale in tutti i settori operativi - cinema, teatro, musica, danza e arti visive - è la diretta conseguenza di questo modello gestionale che ha retto anche in anni e situazioni di grande difficoltà. Anzi, si può ben affermare che proprio la Biennale di Venezia è riuscita nel tempo a testimoniare quanto possa essere efficiente e produttiva, in determinate condizioni, la gestione pubblica di una macchina così grande e importante per l'immagine del nostro paese. Ma Berlusconi, che ha già demolito l'immagine dell'Italia, voleva la Biennale per sé, Un risiko segreto Le circostanze di cui il governo si è servito per portare a termine lo scippo sono da manuale. Urbani doveva presentarsi in commissione alla Camera per rispondere - dopo le notizie sulle bozze in materia di riforma dell'Ente approntate dal suo ministero - alla richiesta di chiarimenti avanzata da più parti del fronte delle opposizioni. Non si è presentato, con stile impeccabile; ha preferito mandare avanti il sottosegretario Bono con lo scopo di rasserenare gli animi mentre lui infilava la porta del consiglio dei ministri con l'aria furtiva di chi vuole farla franca: stava per fare a pezzi la Biennale e la sua autonomia senza dire parola al Parlamento. Tanto è vero che, fino a sera, i commenti dell'opposizione, ingannata dalla melina di Bono, si limitavano a prendere atto di un cambiamento di rotta del governo sulla Biennale che invece non c'era stato. Infetti il sottosegretario di An aveva detto con l'aria di un buon uomo che male non può fare: «L'autonomia non è a rischio, le nomine saranno di esclusiva competenza del cda e la Mostra non sarà scorporata». Umiliato il Parlamento Furbizie da retrobottega. Ci sarebbe da ridere se la vittima della simpatica gag non fosse il Parlamento, ossia l'intero paese. Prima considerazione, quindi: con questo vergognoso giochino hanno umiliato proprio il Parlamento approfittando di una delle giornate più tristi e dolorose della storia della storia della Repubblica. Poi accade qualche cosa che incrina l'impenetrabilità del segreto risiko degli uomini di Berlusconi: una notizia Ansa - è la stampa bellezza, e neanche loro possono farci niente - alle ore 19.08 di ieri titola «Biennale Venezia diventa fondazione aperta ai privati». Il succo: trasformazione in Fondazione, apertura ai privati (da uno a tre componenti del Cda), possibilità di entrare o contribuire alla costituzione di una società di capitale e l'arrivo di una consulta che esprime pareri in merito ai programmi e agli indirizzi di carattere culturale e artistico. Brava Ansa. Passiamo a un altro dettaglio, la consulta. In questo nuovo organismo dovrebbero entrare, oltre alla stessa Biennale, la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma, la Fenice, l'Eti, Cinecittà Holding e la scuola nazionale di Cinema, chi più ne ha più ne metta: tanto per stendere un cordone sanitario immobilizzante attorno alla Biennale, con un aggravio di luoghi fisici, poltrone e personale, soldi quindi. Berlusconi ipertrofizza la burocrazia mentre pensa al ponte sullo Stretto: in altre parole, visto che il ponte resta all'aria, fa ciò che gli riesce di fare. Non solo: anche la direzione dei settori operativi viene massacrata da una pletora di responsabili. Non più un direttore per settore ma collegi composti da tre esperti per ciascuno. Non c'è male: dicevano di voler razionalizzare e potenziare e invece stanno uccidendo l'Ente bombardandolo con poltrone inutili. L'opposizione legge le agenzìe e reagisce con forza. «Si sta celebrando il funerale della Biennale - commenta Andrea Martella, parlamentare Ds fresco della sceneggiata di Bono in Commissione -, la Consulta è il modo di controllare il mondo culturale. Vogliamo il decreto in Parlamento e al più presto. Vogliamo sentire anche Bemabé». «Rischia di realizzarsi il peggio - dice Luana Zanella, parlamentare verde - Berlusconi cede ai privati pezzi sempre più consistenti di patrimonio pubblico. La Biennale è una delle prossime vittime». Il consigliere ds della Biennale Amerigo Restucci lancia un appello: «Tutte le forze politiche e culturali del paese che hanno a cuore la democrazia e la cultura devono scendere in campo: si tratta di difendere la Biennale, un bene prezioso. Non accetteremo un decreto che sembra la fine dell'Ente piuttosto che una modifica di statuto», e si augura che Bernabé dica la sua e convochi il consiglio in tempi rapidissimi.
Biennale: ora è tutto chiaro, è vero scippo
Il governo ha presentato un decreto che prevede la privatizzazione della Biennale di Venezia, trasformandola in una fondazione aperta ai privati. Il ministro dei Beni Culturali, Urbani, ha consegnato il decreto al consiglio dei ministri, senza presentarsi in commissione alla Camera come richiesto. Il governo vuole privare la Biennale delle sue autonomie e metterla nelle mani degli imprenditori e finanziatori. La Biennale attualmente è un trust ristretto di rappresentanze, con il ministero dei Beni Culturali, il Comune, la Provincia, la Regione e il presidente governativo come componenti. Il governo prevede di far entrare altri tre componenti, tutti imprenditori e finanziatori, nel consiglio di amministrazione.
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