INCHIESTA1 Il business sgomberi Un pugno di costruttori, un progetto per mille appartamenti. A un passo dal fiore all'occhiello della Roma veltroniana: il quartiere Pigneto. E i rom pagano le spese Roma Poco più di un anno fa, il 2 dicembre del 2006, due giovani, Lijuba Mikic di 17 anni e Sasha Traikovic di 16, sposati da appena un mese, morirono in un rogo divampato nel campo di via dei Gordiani a Roma. In quello stesso campo, lo scorso 30 ottobre, sei prefabbricati sono stati sventrati sotto le direttive del VI e dell'VIII gruppo della Polizia municipale romana, anticipando di poco le operazioni di polizia e gli allontanamenti coatti divenuti routine dopo il brutale delitto Reggiani. Motivo ufficiale: contrastare lo spaccio di eroina, problema che da anni imperversa in quel campo, come denunciato, tra l'altro, dagli stessi rom. Motivi ufficiosi: fare un favore ai «palazzinari» che agognano la fine di quel campo, uno dei più antichi e meglio integrati della capitale. Il linguaggio burocratico utilizzato nel foglio consegnato alle persone allontanate, firmato dal dr. Francesco Alvaro, direttore del V Dipartimento (Politiche sociali) è sconcertante, perfetta applicazione del messaggio biblico per il quale le colpe dei padri ricadranno sui figli: «La S.V. non è stata in grado di rispettare le norme che regolano la civile convivenza tra gli ospiti del campo attrezzato di via dei Gordiani. I comportamenti illeciti da Lei messi in atto escludono ogni possibilità di considerare altre soluzioni che non quella dell'allontanamento dal campo di tutto il suo nucleo familiare». Le norme evase sono quelle sancite da un patto firmato nel 2003 dall'allora presidente del Municipio VI, Vincenzo Puro, e i capifamiglia rom, nel quale la vita dei residenti era regolamentata in ogni aspetto, dall'obbligo di segnalare gli ospiti alle modalità con cui tenere animali domestici. Un comunicato del gruppo Prc al municipio in merito alle operazioni di sgombero lascia intravedere come stanno veramente le cose; a chi parla di un possibile abbattimento del campo, Rifondazione risponde: «Non vorremmo che, dietro coloro che ventilano tale ipotesi, si nascondano personaggi che, da alcuni mesi, vanno proponendo iniziative speculative sulle aree, compresa quella dell'attuale campo rom, che gravitano intorno alla futura stazione Teano della Metro C». Proprio davanti all'insediamento, infatti, fervono i preparativi per la futura linea metropolitana della capitale, evento urbanistico che farà schizzare alle stelle le quotazioni di terreni e appartamenti della zona, che si ritroverà a essere da semiperiferica a centrale, in un angolo della capitale ancora pieno di verde e assai vicino a uno dei nuovi poli d'attrazione della Roma «multietnica, tollerante e veltroniana»: il Pigneto. Chi si oppone e chi vuole l'affare I «personaggi» che si nasconderebbero dietro la speranza che la zona sia «bonificata» dalla presenza dei rom sarebbero una cordata di costruttori che hanno specifici interessi nella zona, tra cui è particolarmente attivo l'immobiliarista Renato Bocchi. L'insediamento dei rom, infatti, si trova all'interno dell'area del Piano particolareggiato Casilino-Prenestino, da anni oggetto di un tira e molla in Commissione Urbanistica. Da una parte ci sono le resistenze di ambientalisti, comitati e partiti di sinistra, per i quali i 230mila metri cubi di cemento previsti sono troppi. Dall'altra ci sono due gruppi di costruttori, uno riconducibile all'Aic (Associazione italiana casa), l'altro al Consorzio centro direzionale Casilino, raggruppamento che detiene, secondo il presidente, avv. Giuseppe Lavitola, «non più di 40-50 ettari nella zona in questione». Il Consorzio, di cui Bocchi è, sempre secondo le parole dell'avv. Lavitola, «uno dei maggiori azionisti, o per meglio dire consorziati», vorrebbe aumentare le cubature previste, quantomeno raddoppiando l'indice volumetrico, attualmente di 0.5 mcmq, e arrivando alla costruzione di 1000 appartamenti dai 600 previsti. Bocchi avrebbe più volte ribadito informalmente la necessità di modificare il piano e, contestualmente, di rimuovere il campo, che sorge su un terreno dell'Ater. Dai terroni ai rom Quello di via dei Gordiani è il più centrale tra i campi autorizzati rimasti a Roma, uno degli ultimi baluardi prima che il sogno, un tempo di Fini, ora di Veltroni, dei rom fuori il perimetro del Raccordo Anulare sia compiuto in pieno. Sorge tra la Casilina e la Prenestina, due grandi arterie stradali che entrano nella capitale da est. Già nel secondo dopoguerra nell'attuale zona del campo sorgeva una baraccopoli, abitata però da italiani, principalmente immigrati del centro e del sud che si stabilirono lì in attesa di una soluzione migliore. Fu alla fine degli anni '70 che avvenne il «passaggio di consegne» tra gli italiani e i rom che si fermarono in quell'area. I pionieri di quella esperienza, Miciu, Lazaro e Ivana, si trovano ancora là. La maggior parte dei nuovi arrivati proveniva da Kragujevac, una delle maggiori città serbe, anche se molti di loro erano o si sarebbero imparentati con rom di origine bosniaca. La memoria del luogo di provenienza si trascinava una cultura da proletariato industriale che non connotava assolutamente questi rom come nomadi. Il lavoro e la casa, al contrario, erano loro prerogative essenziali. La fabbrica, o in seconda battuta la manovalanza nei cantieri edili, erano, e sono tuttora, i mestieri privilegiati di questa comunità. Per gli altri la via per il sostentamento era quella dei tipici lavori del sottoproletariato romano: venditori di rose, parcheggiatori abusivi, stracciaroli, impieghi ereditati dagli emigranti italiani di Gordiani. Il rapporto con il quartiere non è stato mai problematico, lo spaccio di droga divenne una tragica realtà del campo solo a fine degli anni '90, e le prime vittime furono gli stessi rom, in particolar modo i ragazzi, che oggi rappresentano la maggioranza del campo; oltre il 60 su un totale che supera di poco le 200 unità. Ragazzi che per la prima volta si trovano ad affrontare, senza reti di protezione adeguate, una fase come l'adolescenza, culturalmente sconosciuta a quel popolo. Spiega Roberto Pignoni, docente di geometria a La Sapienza e membro di Karaula MiR, gruppo antirazzista italo-sloveno attivo a via dei Gordiani: «Per anni i rom sono stati bombardati di inviti a integrarsi alla nostra cultura. Questo avviene con un grosso sforzo di adattamento collettivo. I codici di comportamento e i linguaggi cambiano, un insieme di paradigmi tradizionali sono messi in crisi e i ragazzi sono sempre più simili ai loro compagni di scuola non rom. Con una differenza: non hanno i documenti e si vedono sistematicamente rifiutare la cittadinanza italiana. Gli si dice integratevi, diventate come noi, ma nello stesso tempo gli si dimostra che non sono degni di essere come noi, che non possono avere delle case e dei lavori come i nostri. Una trappola esistenziale che antropologi e psichiatri chiamano doppio legame e che pone gli adolescenti rom in una condizione di confusione e fragilità estreme». Alloggi sperimentali e sconosciuti Eppure un'occasione per vivere in una situazione migliore i ragazzi di via dei Gordiani l'avevano avuta. Proprio alla fine degli anni '90 un progetto dell'allora Iacp, oggi Ater, aveva prospettato alloggi sperimentali, edificati sulla base della famiglia estesa, ed energicamente autosufficienti. Un progetto che, dopo due anni di conferenze di servizi, sembrava sul punto di partire e che avrebbe compreso anche la ristrutturazione degli altri appartamenti dell'Ater presenti in zona e l'apertura di un parco pubblico a beneficio di tutto il quartiere. «Farlo sarebbe stata una prova di lungimiranza architettonica, ma anche politica e sociale, non da poco, ma Roma è una città che ha perso totalmente la sua dimensione sociale ed è ormai completamente in mano ai costruttori», sono le considerazioni di Mauro Masi, architetto dell'Ater di Roma che su quel progetto continua a fare conferenze in giro per l'innovazione che avrebbe portato. Invece di un villaggio ecosostenibile nel marzo del 2002 furono montati i container, che ora il Comune sta abbattendo, molto più costosi del progetto di Erp e molto meno vivibili, in linea con «l'urbanistica del disprezzo» da sempre adottata con i rom. Ricorda il senatore Salvatore Bonadonna (Prc), all'epoca assessore all'Urbanistica del Lazio: «Era un progetto di 12 miliardi di lire su un totale di 6400 miliardi stanziati dalla Regione per l'Edilizia residenziale pubblica, e di cui più di 4500 erano destinati a Roma». L'incidenza economica era irrilevante e la nascita del villaggio avrebbe potuto evitare tragedie figlie della vita in container come quella di Sasha e Lijuba. Il progetto non passò perché Storace, candidato alla Regione, diede addosso a Badaloni, colpevole di costruire le case agli zingari, e perché l'entourage di Rutelli, in procinto di sfidare Berlusconi alle politiche, giudicò sconveniente firmare un simile provvedimento. Scelte miopi, se ricordiamo chi vinse, nel Lazio e in Italia.
il manifesto
21 Dicembre 2007
ROMA - I palazzinari di via Gordiani
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Andrea Foschi
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