La Tomba Francois si allontana? Uno dei più importanti beni archeologici, ancora in mano a proprietari privati, stava per essere acquisito dallo Stato. Ma il trasferimento del sovrintendente regionale Luciano Marchetti rimette tutto in discussione. Potrebbe svanire infatti la complessa rete di trattative che erano state faticosamente allestite intomo agli affreschi etruschi della Tomba Francois di Vulci, attualmente non fruibili perché detenuti dalla famiglia Torlonia a Villa Albani. Queste trattative condotte in gran riserbo avevano visto protagonista proprio il sovrintendente regionale ora spostato. Marchetti le aveva gestite in prima persona negli ultimi tempi dando una svolta al lungo contenzioso con la famiglia pro-prietaria, arrivando cioè alla soglia dell'offerta definitiva per l'acquisizione da parte dello Stato. La discussione sul futuro dell'imponente ciclo di affreschi, un «unicum» del V secolo a.C. che per più versi rappresenta oltre alla bellezza delle immagini anche una formidabile testimonianza dell'incrocio storico delle culture greca, etnisca e romana, vanta un lungo iter che si era arenato in passato di fronte alle richieste particolarmente onerose da parte della proprietà. Da ultimo Marchetti era però riuscito a «recuperare» fondi regionali dell'assessorato ala cultura guidato da Giulia Rodano (l'ipotesi è di tre milioni di euro) che uniti ad altri denari del Comune e dello Stato potrebbero consentire la definitiva offerta di acquisto. E ora? Ora non resta che spiegare la portata del bene archeologico, che era arrivato a portata di mano, augurandosi che non si debba ricominciare da zero. Gli imponenti affreschi furono scoperti nel 1863 dall'archeologo fiorentino Alessandro Francois che era stato ingaggiato dal principe Alessandro Torlonia, divenuto da poco proprietario dei terreni intomo a Vulci appartenuti a Luciano Bonaparte. Risultato della campagna di scavi fu la scoperta di una delle tombe a camera più celebri d'Etruria, aperta da un «dromos», il corridoio, lungo la bellezza di 31,5 metri. Segue poi dopo r«atrium» una struttura di sette camere a forma di «T». «Quando l'ultimo colpo di piccone atterrò la pietra che chiudeva l'entrata della cripta - scrisse a caldo lo scopritore -, la luce delle torce rischiarò le volte di una funebre dimora, il cui silenzio da più di venti secoli nessuno aveva turbato. Ogni cosa laggiù si trovava nello stesso stato in cui era stata disposta il giorno nel quale era stata chiusa l'entrata. L'antica Etruria vi si rivelava in tutto il suo splendore. Un'intiera civiltà sorgeva, quasi fantastica visione, da un sepolcreto. C'era da restare abbagliati. La stessa Pompei non aveva offerto uno spettacolo così imponente». Sulle pareti il capostipite Vel Saties accompagnato dal giovane Amza che regge fra le mani un volatile trattenuto da una cordicella. Sulla parte di fronte, ecco Nestore e Fenice. Su quella di fondo ecco un cruento episodio dalla Saga dei Sette contro Tebe, la lotta all'ultimo sangue dei due fratelli Eteocle e Polinice. All'ingresso, c'è invece Aiace che minaccia con la spada Cassandra. E nel «tablinum», insieme ad Aga-mennone ci sono Achille che immola con la spada un prigioniero troiano per celebrare Patroclo in occasione della sua cerimonia funebre, e i due Aiace, Telamonio e Oileo che procedono all'uccisione di un'altra vittima sacrificata in memoria dell'eroe greco caduto. Infine ecco gli eroi etruschi Celio Vi-benna e Mastama, il futuro Servio Tullio, che combattono contro i romani. I Torlonia presero e fecero staccare tutto. Staccarono un tesoro, dai colori magnifici, che ora toccherà al successore di Marchetti, Francesco Prosperetti, cercare di recuperare come bene pubblico.