Domenica 30 Dicembre 2007 GUIDA INEDITA DI VERONA ATTRAVERSO IL RACCONTO SILENZIOSO CHE PERPETUA I SEGNI MINORI DELL'EDILIZIA, DALL'EPOCA ROMANA AI GIORNI NOSTRI LE PIETRE SONO PAROLE Michelangelo Cavattoni ha fotografato muri e selciati della città a caccia di lapidi iscrizioni e memorie. Un repertorio infinito La tomba sul corso Portoni Borsari predice il tempo, ma svela misteri a chi sa dove sfregarla Il Volto Barbaro è stato censurato, l'alluvione è stata posticipata e la libertà rubata Arena le segnalò, anni fa, in un vallo dei bastioni. La caccia alle pietre perdute può durare una vita. Chi ha visto quelle di Santa Chiara? Si sono portati via colonne intere. Consoliamoci con quanto resta, magari perché nascosto. Per esempio in vicolo San Giusto, al Duomo, sulla porta di quello che doveva essere un oratorio. Una piccola scultura che dà lezione di sintesi. Tema: raffigurare la Trinità. Svolgimento: un padre, che protende un bambino, che fa volare una colomba. Insuperabile. L'uomo che fa parlare le pietre ci dà appuntamento a San Giovanni in Foro. Dove, altrimenti? Qui la pietra di una tomba medievale «dice che tempo farà» e a forza di crederci i veronesi l'hanno lustrata con le mani. «Ma lo sa», insiste Michelangelo Cavattoni, «che toccando, invece, qui a sinistra, si svela un mistero?» Proviamoci, e forse, nel vicolo di fronte, sorridendo di mele e gatti in bassorilievo sull'ex pasticceria Melegatti, sapremo chi sarà infine il nuovo padrone del pandoro. Magari non sono preveggenti, ma le pietre di Verona garantiscono sorprese a ogni cantone. Basta avere come guida questo giovanotto settantenne. «Da quando sono in pensione, percorro la città con la macchina fotografica e documento tutto quello che vedo». Lapidi, graffiti, pitture, reperti di archeologia o di modernariato. Centinaia di fotografie, corredate di spiegazioni a cui concorrono la sua competenza di ingegnere (ha scoperto un difetto di costruzione nelle gradinate dell'Arena) e la curiosità da innamorato di Verona. Praticamente un libro già pronto, di cui questa pagina è solo un assaggio. Si parte dall'epoca romana, che affiora pagana con un simbolo fallico sul fianco di San Nicolò, per arrivare ai tempi nostri, non meno scherzosi. «Oggi restaurano una lapide dell'Ottocento, alla Carega, e sbagliano a ridipingere la data, facendo straripare l'Adige "nel 1888" (già sorgevano i muraglioni, a sei anni dalla grande piena)». Ancora più birbone è stato Carlo Scarpa a Castelvecchio, quando inventò una fontana con la testa di pecora sparita nel 1911 dalla piazza di Thiene (i vicentini, distratti, non sapevano dove fosse finita: se ne sono fatti una copia). «Vede la pietra che affiora nell'acqua? È il matto di Scarpa che le dice: Metti il piede qui, che arrivi a bere». I cosiddetti «secoli bui» a Verona sono illuminati da scritte malandrine, come quelle incise sugli affreschi di San Zeno. Mani di vandali, diremmo oggi, ma benemeriti agli storici. Hanno registrato anche il giorno della perduta libertà per occupazione lombarda («fo robà Verona, 1390, dì 24 di zugno). Bisogna rivalutare la tolleranza dei Visconti: cosa succederebbe oggi, se qualcuno scrivesse un polemico «fo robà» sotto il «Pecunia si uti scis ancilla, si nescis domina» all'ex Cassa di risparmio che fu di Verona? Un vólto barbaro, del resto, lo hanno più le censure che gli errori. Barbaro, a Verona, è il vòlto che dalla piazza dei Signori porta in quella delle Erbe. Diceva l'iscrizione: «Mastino I della Scala eletto podestà nel 1259 capitano del popolo nel 1261 cadde ucciso a tradimento per odio privato li 26 ottobre 1277 presso questo volto» e a capo concludeva «da ciò detto Barbaro». Adesso quest'ultima riga è scomparsa dalla lapide. «Si è accertato che il nome del vòlto deriva in realtà da quello del capitano Zaccaria Barbaro, che sistemò urbanisticamente la zona nel 1476, così il restauro ha cancellato l'ultima riga della lapide». Un vólto storiograficamente corretto al vòlto. Correggere una lapide è facile, ma come rimediare al malvezzo che vuole le pietre, oltreché parlanti, semoventi? Una volta i veronesi erano sfacciati. «Quibus olim amphiteatrum», comincia un'iscrizione in via Carducci, e via latineggiando spiega che il palazzo di Giovanni Battista Dalla Torre fu qui costruito con le pietre dell'Arena (e il conte se ne vantava). Anche oggi le pietre spariscono, ma senza traccia epigrafica. «Dove sono finiti i bei blocchi di granito che, sul selciato di via Diaz, segnavano il perimetro del tempio romano di Giove?» si chiede il cacciatore di curiosità marmoree. Le pietre sono sparite dopo gli ultimi lavori in corso Cavour, assieme alle loro sorelle davanti a Castelvecchio, dove sorgeva in origine l'Arco dei Gavi. Qui i blocchi di granito sono stati sostituiti con lastre di Prun, che però si spaccano regolarmente al passaggio degli autobus. Non si potrebbe ritrovare le vecchie, solide, pietre nere? Un