L'intervista Di Francesco: una città snaturata Più traffico e smog con i nuovi box La soprintendente: manca la giusta collaborazione con il Comune Alla direzione regionale è stato nominato Gino Famiglietti, vicecapo dell'Ufficio legislativo del Ministero ai Beni Culturali Dopo sette anni e mezzo Carla Di Francesco, 56 anni, il 1 " gennaio lascia la direzione regionale ai Beni culturali. È stata promossa direttore generale del ministero alla Qualità e tutela del paesaggio per l'architettura e l'arte contemporanea. Al suo posto arriva Gino Famiglietti. Facciamo un bilancio? «Se dobbiamo (ride, ndr)». Le polemiche sono iniziate con il restauro del Teatro alla Scala e continuano oggi con box interrati e nuovi quartieri. «Guardi, il progetto Scala è stato estremamente gratificante». Ma sollevò molte critiche. «Qui sono di casa. In quel caso, poi, si toccava il cuore della cultura, c'era da aspettarselo». E oggi? Celentano contro gli ecomostri, comitati contro i box. Pure il suo ruolo di controllo e garanzia è stato messo sotto accusa. «Il mio era un ruolo di coordinamento, sono le Soprintendenze ad autorizzare i progetti...». Ma ora può dare un giudizio. «Allora dirò che Milano, rispetto ad altre città, è quella che ha meno coscienza e rispetto del suo grande passato urbano e monumentale». Non si salva così. Un esempio? «Questa è una città che vuole crescere in altezza, che non vuole restaurare ma sostituire. Non ha un concetto di conservazione di sé e soprattutto è rivolta verso un futuro di forme non italiane». Si riferisce alle cime curve e torte di CityLife? «Quelle sì. Ma ci sono anche Isola, Garibaldi-Repubblica...». L'analisi vale anche per i parcheggi sulle rovine romane? «Uguale. Si sta regolamentando la sosta secondo un piano non certo da centro storico». Un piano sbagliato? «Io non ho mai fatto il sindaco né l'assessore, ma se avessi potuto non li avrei fatti certi parcheggi in aree sensibili. Ci sono fortissimi limiti in questa scelta». Limiti, dice. «Ho il dubbio che il sistema non funzioni, che invece di scoraggiare il traffico, lo attiri». Perché non l'ha detto prima? «Non spetta a un soprintendente fare affermazioni di principio». Un'autorizzazione che le ha provocato rammarico? «C'è, ma non l'ho data io: quella per costruire l'autosilo in Darsena». I lavori in piazza Sant'Ambrogio, però, li ha seguiti lei. «E anche qui ho dei dubbi che i box siano utili e indispensabili». Anche i cittadini hanno dubbi. «S'interrogano giustamente sul futuro della città. Ma ho l'impressione che comitati e gruppi reagiscano solo quando i progetti toccano il giardino di casa loro». La cultura a Milano. «Stimolante. Ma nel settore del restauro non è il massimo». Un giudizio sul lavoro dell'assessore Vittorio Sgarbi. «Non me la faccia dire». Insisto. «Fa incursioni su molti argomenti che non sono di sua competenza. Esterna molto, sì. Ma fa poco. Eppure c'è una nota positiva..» La dica subito, allora. «Ho avviato vincoli monumentali segnalati da lui, è stato d'aiuto. Sul garage Traversi, ad esempio». Nessun rimpianto? «Non aver concluso la proposta di tutela paesistica del Qt8». Un punto d'orgoglio? «Avere avviato il recupero e il rilancio di Palazzo Litta». E che diciamo di Palazzo Reale? «Il ministero si è fatto carico del restauro'conservativo della Sala delle Cariatidi, ma noto una certa diffidenza del Comune e questo mi dispiace. Con altre amministrazioni lombarde, penso a Mantova e Cre-mona, abbiamo lavorato meglio». Qui si lavora male? «Diciamo che manca la "giusta collaborazione". Chi guida la città considera il ministero non un interlocutore, ma un impaccio».