Il titolo è di quelli secchi, Bella Italia, senza neppure lelisione e lapostrofo perché così lhanno da sempre chiamata poeti e letterati, da Dante a DAnnunzio. Si potrebbe aggiungere un punto interrogativo in segno di scherno o uno esclamativo per segnalare talvolta meraviglia, più spesso indignazione. Cesare de Seta elude tutto ciò e sottotitola Patrimonio e paesaggio tra mali e rimedi la sua più recente presenza editoriale per Electa. Senza nutrire dubbi sulla diagnosi di unItalia malata ma con qualche riserva (ahimè fondata) sulla reale efficacia delle terapie in atto, si cominciano a sfogliare "a striscio di pollice sul dorso" primo e carezzevole gesto di conoscenza dogni libro le fitte 380 pagine di questo volume-antologia che raccoglie venticinque anni di riflessioni, denunzie, polemiche e appelli apparsi sul Corriere della Sera e su La Repubblica. Materia magmatica, quella che scorre sotto gli occhi del lettore: dalle politiche (deboli) per i beni culturali alle riforme (pericolose), dalla gestione del patrimonio storico e artistico tra scialo e lesina agli usi propri e impropri delle città storiche, dalle calamità, agli abusi, ai condoni, ai crimini, ai misfatti, tutti aventi come scenario il nostro Bel Paese. Argomenti dantico e solido lignaggio nella pubblicistica italiana: da Antonio Cederna a Mario Praz, a Rosario Assunto, a Giorgio Bassani, a Vittorio Emiliani, agli "indimenticabili elzeviri" di Cesare Brandi sul Corriere, tutti ricordati nella Introduzione come i padri fondatori duna linea dimpegno civile, ancor prima che di denunzia, nel dibattito italiano sulla tutela. Sarebbe sbagliato e ingeneroso decretare il sostanziale fallimento di questazione di contrasto di fronte alle mille e mille battaglie perdute. I vandali in casa, per dirla con il titolo del primo libro di Cederna (1956), non avrebbero lasciato in pace un solo metro quadrato di territorio nazionale se non vi fosse stata questa letteratura dentro la quale de Seta e questo contributo si inseriscono con pieno merito e con tre elementi di originalità. Dapprima, una concezione non meramente estatica dellambiente e del paesaggio ma dialettica e innovativa, alquanto frequente nella nostra tradizione. Nella polemica sullAuditorium di Oscar Niemeyer a Ravello, de Seta ricorda che il paesaggio è luogo di trasformazioni che si devono pretendere sapienti e di qualità e non entità «perfetta e immodificabile», come vorrebbero i commissari della conservazione. Nelle troppe occasioni di frane e alluvioni nelle quali è costretto a intervenire sulla stampa, ribadisce che la bellezza di un ambiente naturale, oltre che nelle sue valenze figurative, risiede anche nella stabilità dei pendii, nella salubrità dellaria, nella vitalità delle piante e nelle acque non inquinate. Una posizione che forse procura una delusione agli esteti, ma va di certo nella direzione duna moderna e più efficace azione di tutela. Poi, laffermazione, convinta e costante, che le ragioni della cultura devono prevalere sempre e comunque sulle convenienze della politica. Cosa ovvia, si dirà. Per niente, se solo si considerino le scelte della politica nel rapporto pubblico-privato per la gestione di musei, complessi monumentali e aree archeologiche, negli usi impropri di edifici vincolati e centri storici a fini turistici, nei prestiti di opere darte, nei colpi di mano giocati sul filo del silenzio-assenso per lalienazione di beni culturali affidata alla Patrimonio Spa: lisolotto di Nisida, Villa Jovis a Capri, una parte del Bosco di Capodimonte e la Certosa di San Martino, tanto per esemplificare e restare nei paraggi napoletani. «La via inaugurata da Giulio Tremonti e Giuliano Urbani è davvero una via demenziale», scrive con sdegno papiniano su La Repubblica nellagosto del 2002. Infine ed è questa la novità più inattesa del volume il cauto ma esplicito ottimismo manifestato sulla situazione complessiva della nostra bella Italia che «rimane tale, nonostante tutto», anche in virtù di alcune battaglie vinte, dal consolidamento della Torre di Pisa alla ricostruzione del teatro La Fenice, dal restauro della Cappella della Sacra Sindone alla cupola della Cattedrale di Noto, dagli affreschi di Assisi dopo il terremoto agli Uffizi dopo lattentato dinamitardo. E Napoli, in tutto ciò? Attenzione frequente e partecipe per venticinque anni filati, ma giudizi severi per paesaggio e beni culturali. I titoli di due articoli sembrano presi dalla più flagrante cronaca urbanistica napoletana doggi: La città antica va decongestionata e dotata di attrezzature e di servizi sociali primari e La politica urbanistica del Comune di Napoli è senza idee. Si scopre poi che risalgono al 1982 e al 1997. Anche in questo caso, lottimismo sulla "bella Napoli" è dobbligo ma crederci è facoltativo.
NAPOLI - Conservare è trasformare
Il volume "Bella Italia" di Cesare de Seta è un'antologia di articoli pubblicati sul Corriere della Sera e La Repubblica per 25 anni. Il volume esplora temi come la tutela del patrimonio culturale, la gestione dei beni storici e artistici, la politica urbanistica e la conservazione dell'ambiente. De Seta sostiene che le ragioni della cultura devono prevalere sulle convenienze della politica e che la bellezza di un ambiente naturale non è solo legata alle sue valenze figurative, ma anche alla stabilità dei pendii, alla salubrità dell'aria e alla vitalità delle piante.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo