Via lìbera allo schema di decreto legislativo che modifica ed aggiorna le norme sulla Biennale di Venezia. Lo ha approvato ieri il Consiglio dei ministri su proposta del ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani. La Biennale diventa fondazione, «apre» ai privati (da uno a tre componenti del Cda), potrà entrare in società di capitali o potrà costituirne. Una Consulta esprimerà pareri sui programmi e gli indirizzi dell'ente. Ora il decreto passa all'esame della commissione parlamentare sulla riforma amministrativa, poi tornerà in Consiglio dei ministri per l'approvazione definitiva. Il nuovo statuto presuppone che la fondazione possieda beni sia mobili che immobili e il ministero si impegna a conferirli. Il cda durerà tre anni e sarà composto, oltre che dal presidente della fondazione (scelto dal ministro tra personalità della cultura a livello internazionale), dal sindaco di Venezia (che sarà vicepresidente) o da un suo delegato, dal presidente della Regione Veneto o suo delegato, dal presidente della Provincia o suo delegato. Vi entreranno, inoltre, da uno a tre consiglieri espressione dei soggetti che abbiano conferito almeno il 20 per cento del patrimonio della fondazione: è il «passaporto» per i privati, che dovranno impegnarsi a sostenere le spese di gestione. Il Cda attuale scadrà automaticamente con l'approvazione definitiva del decreto. Il potere di nominare i direttori di settore e di definire i programmi resta al Cda, ma sugli indirizzi di carattere culturale e artistico esprimerà pareri un organismo di nuova istituzione: la Consulta, composta da rappresentanti della stessa fondazione Biennale di Venezia, della Triennale di Milano, della Quadriennale di Roma, della Fenice di Venezia, dell'Ente teatrale italiano (Eti), di Cinecittà Holding e della Fondazione Scuola Nazionale di Cinema di Roma. La Fondazione avrà anche un direttore generale scelto in una rosa di tre nominativi, proposta dal presidente della fondazione, su delibera del Cda. I direttori dei settori saranno scelti tra personalità della cultura, anche straniere, per un periodo massimo di quattro anni, e comunque non superiore alla durata del consiglio. In rapporto alla particolare complessità dei programmi (ad esempio per la Mostra del cinema), le funzioni direttive potranno essere attribuite anche ad un collegio, di non più di tre componenti. Secondo il ministero, ha spiegato ieri il sottosegretario ai Beni culturali Nicola Bono, la riforma del 1998 «non ha risolto i problemi strutturali ed organizzativi per i quali l'ente è stato privatizzato». Il sottosegretario, che rispondeva ad un'interrogazione in commissione del diessino Andrea Martella, si riferisce essenzialmente all'esigenza di facilitare l'apporto economico dei privati, in quanto sino ad ora l'afflusso di risorse è stato quanto mai circoscritto e ciò ha sicuramente impedito di raggiungere tutti gli scopi che il legislatore si era prefissato». L'altro problema evidenziato dal governo è «la totale assenza di coordinamento tra le iniziative assunte dalla Biennale e quelle intraprese negli stessi settori di intervento da altre fondazioni ed enti pubblici sovvenzionati dallo Stato». L'esecutivo, dunque, «aspira a conferire nuovo impulso e sostegno all'attività della Biennale, senza ledere in nessun modo l'autonomia dell'ente».