Se Jean-Jacques Aillagon non ha fatto in tempo a impararlo, Monique Veaute l'italiano lo parla, da tempo, benissimo e proprio per questo si è calata in pochi mesi la sua nomina risale a fine agosto nel ruolo di direttore (e amministratore delegato) di Palazzo Grassi che è stato del suo illustre predecessore, con un primo obiettivo: rendere più veneziana e meno francese la "creatura" espositiva di Francois Pinault impegnata a partorire il suo primogenito: il museo d'arte contemporanea della Punta della Dogana. Un parto che si annuncia ora meno travagliato del previsto, visto che la Commissione di Salvaguardia, dopo una lunga trattativa, ha infine dato il via libera al progetto di trasformazione di Tadao Andò. La strategia di questa dinamica e infaticabile signora francese, è quella del sorriso, della disponibilità, delle alleanze, ma anche di un sano pragmatismo nel calarsi nel «suk» culturale veneziano senza sperdersi, e tenendo la barra ben dritta. L'obiettivo è quello di fare di Palazzo Grassi e poi della Punta della Dogana un'istituzione "veneziana" senza sacrificare, però, le esigenze del padrone di casa, che non manca di ricordarlo: quella di fare dei due centri espositivi altrettante casse di risonanza della collezione Pinault, anche se è in arrivo la prima mostra archeologica della nuova gestione di Palazzo Grassi: Roma e i Barbari. Quanto tiene Pinault al nuovo museo della Punta della Dogana? «E' talmente importante nella sua vita, che mi chiama ogni cinque minuti per sapere come vanno le cose. Palazzo Grassi è ormai aperto, Punta della Dogana è il suo nuovo progetto, la possibilità di vedere esposte al pubblico le opere della sua collezione molte delle quali non più esposte da anni a causa delle loro dimensioni e di osservarne le reazioni, la cosa a cui tiene di più. Per questo vado ogni giorno in cantiere per vedere come proseguono i lavori». E' qui da fine agosto: avrà dovuto fare necessariamente un corso accelerato di venezianità. «E' esattamente così: dal Comune alla Soprintendenza, dal Magistrato alle Acque ai rettori delle università, con cui ora stiamo lanciando questi incontri con gli artisti della collezione Pinault, le cui opere saranno esposte proprio alla Punta della Dogana. Conoscevo poco Venezia: ho trovato una città viva, colta, con un'idea dell'eccellenza molto forte. Ho frequentato, naturalmente, anche i salotti veneziani, dove si incontrano spesso le stesse persone, ma in contesti diversi. E' una piccola società molto particolare in cui si capisce anche che nascono alcune delle scelte legate alla città». Avrà notato che è anche una città in cui si chiacchiera molto... «E' una cosa sorprendente, mi accade spesso di discutere di un certo progetto e poi magari incontrare tre o quattro persone che lo sanno già. Il lato positivo è che così si ha subito un riscontro immediato sulla sua validità. Ma mi sto ambientando rapidamente: comincio anch'io a lamentarmi quando resto bloccata per le code dei turisti». Roma e Venezia: la prima la conosce bene visto che ci viveva l'altra la sta scoprendo. Differenze? «Roma è una città enorme, molto dispersiva e non a caso Walter Veltroni ha puntato molto su iniziative popolari, in grado di coinvolgere il maggior numero possibile di persone. A Venezia, anche per le dimensioni, mi sembra si punti maggiormente sulla qualità. Penso, ad esempio, alla Biennale, che per gli artisti che vi partecipano è un appuntamento fondamentale rispetto a qualsiasi altra manifestazione di questo tipo». E tra Veltroni e Cacciali che ormai conosce bene entrambi? «Sono totalmente diversi Già nel primo rapporto chi ha con una persona, Veltroni cerca subito il punto di contatto, quello che gli permetta di entrarvi in confidenza. Cacciati è molto più drastico e decisionista, non gli interessa piacere o mettersi in buona luce. Personalmente, mi sono trovata bene con tutti e due». Jean-Jacques Aillagon è stato determinante nel suo arrivo a Palazzo Grassi. Che consìgli le ha dato passandole le consegne? «Nella grande tradizione francese, mi ha semplicemente passato i vari dossierPalazzo Grassi, Punta della Dogana, il personale, le mostre in corso in modo molto professionale e senza commenti. Era molto dispiaciuto di lasciare, ma quella del museo di Versailles era un'offerta che non si poteva rifiutare. Ma è ancora in Consiglio di amministrazione è del curatore dell'imminente mostra archeologica di Palazzo Grassi, Roma e i Barbari». Come si trova nel suo nuovo incarico? - «Fino ad oggi mi sono occupata, nelle mie attività per gusto personale soprattutto di spettacoli dal vivo e di musica, con la Fondazione Romaeuropa che io stessa ho fondato. L'arte contemporanea è certamente un campo di attività affascinante, ma organizzare un festival è certamente più complicato di una mostra, e per ora il lavoro è più semplice». Qual è il problema maggiore di Palazzo Grassi? «Quello di farsi conoscere maggiormente dalla città e dai veneziani. E' un rapporto ancora in parte da costruire, ma è un'esigenza dello stesso Pinault, anche in vista del museo della Punta della Dogana. Per questo vogliamo lanciare iniziative in collaborazione, come abbiamo già fatto con la Collezione Guggenheim sulla bigliettazione e ora con le università per gli incontri con gli artisti. L'importante è però mantenere sempre ciascuno il proprio ruolo, pur collabo-rando. Per questo ho cercato subito di capire, nel più breve tempo possibile, come funziona questa città, di riuscire a entrare in contatto con essa o con chi ci vive». E cosa ha già capito? «Che è una grande capitale internazionale della cultura e questa sua internazionalità prescinde dalla sua dimensione fisica o dal numero dei suoi abitanti. Tutti vogliono venire qui e quando vi arrivano, sono felici di esserci: basta vedere le facce beate dei turisti che la percorrono o che girano in vaporetto». Cosa dovranno diventare, nelle sue intenzioni, Palazzo Grassi e Punta della Dogana? «Il più grande laboratorio dell'arte contemporanea. Non della città, ma del mondo». Venezia e le istituzioni culturali: ce ne sono moltissime. Troppe, secondo lei? «Assolutamente no, perché ciascuna ha il proprio ruolo. Penso, ad esempio, a ciò che fa la Fondazione Querini Stampalia, anche nei confronti dei giovani o, su un altre versante, la Fondazione Cini. Proprio la presenza di tutta questa pluralità di istituzioni culturali, consente di costruire a Venezia percorsi di conoscenza diversi». La sua giornata tipo da quando è alla guida di Palazzo Grassi? «La mattina, dopo un po' di ginnastica e la colazione, vado in cantiere a seguire i lavori per la Punta della Dogana. Poi torno a Palazzo Grassi, dove lavoro in gruppo con il mio staff sino al pomeriggio. Nel resto della giornata, ho incontri con esponenti di enti o istituzioni e cerco comunque di vedere ogni giorno qualche cosa di nuovo sul piano culturale in città. Di sera vado a cena gli inviti, devo dire, non mancanoo a qualche spettacolo. Peccato, a proposito, che ci sia un solo cinema in città».
VENEZIA - Palazzo Grassi, strategìa del sorriso
Monique Veaute è stata nominata direttore e amministratore delegato di Palazzo Grassi, un museo di arte contemporanea a Venezia, a fine agosto. Ha già iniziato a lavorare sul progetto di trasformazione del museo, che include la creazione di un nuovo spazio espositivo alla Punta della Dogana. Veaute ha un piano di sorriso e disponibilità per calarsi nel suk culturale veneziano, ma mantiene anche un pragmatismo per garantire le esigenze del padrone di casa, Francois Pinault. Il nuovo direttore ha già incontrato il Comune, la Soprintendenza e i rettori delle università per lanciare incontri con gli artisti della collezione Pinault.
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