non solo c'è Un'emergenza paesaggio, come dice il ministro Rutelli, ma in certe situazioni siamo a un punto di non ritorno. Per esempio, nel consumo di territorio. Nelle scelte che si stanno compiendo in molti strumenti di pianificazione in cui si prevedono ulteriori espansioni edilizie. Nel fatto che si continuano a prodursi molte case, ma non quelle che servono agli abitanti più bisognosi di averla, una casa». Non ha molti dubbi, Pier Luigi Cervellati, docente di riqualificazione urbana e territoriale a Venezia, e autore negli anni settanta del celebre piano regolatore di Bologna. Il paesaggio italiano è a un punto di non ritorno. Qual è la sua definizione di paesaggio, professore? Ah, questa la so a memoria. Non vorrei essere mussoliniano come una lapide, ma il paesaggio è l'incontro della storia con il lavoro, della natura con l'arte. Noi viviamo in un paesaggio che è totalmente costruito dall'uomo e in cui la natura si è incontrata con l'arte. insomma, professore, siamo messi male... Decisamente, e l'emergenza è soprattutto nella "perdita di senso di città". Ossia di quella che era una delle caratteristiche della città italiana, come luogo di appartenenza e di convivenza. Non vorrei apparire passatista, ma questa diffusione delle case sul territorio, quest'aumento del traffico, l'inquinamento, la fuga dalla città... ha un effetto devastante che si ritorce anche sulla sicurezza. Si ritorce anche sul welfare. Pensiamo al traffico dei pendolari. Provi a pensare a un pendolare che deve entrare a Milano, a Bologna...Pensi alla perdita di tempo, ai disagi non indifferenti. Inoltre la "perdita di senso" di città produce perdita di senso di sicurezza. Si ha paura. Consumiamo territorio agricolo e contribuiamo all'isolamento comunitario. Insomma, noi italiani non abbiamo ancora capito che l'Italia non è l'America. Che abbiamo un territorio limitato, non riproducibile all'infinito. Un territorio che finora abbiamo consumato producendo periferia, congestione, inquinamento. Invece di seguire l'esempio di altri paesi, dall'Inghilterra di Blair alla Germania della Merkel e limitare il consumo di suolo. Siamo di fronte al paradosso che mentre tutto diventa città, di città ce n'è di meno... Esattamente. Tutto si trasforma in città, e meno c'è senso di città. Questo perché a mio parere la città non è diffusa, ma è dispersa. Avevamo le città tra le più interessanti d'Europa. Oggi abbiamo un centro storico che fa di tutto e una periferia che si dilata sempre di più. Non è che si diffonde la città, si diffonde periferia. Si consuma il centro, ma non lo si abita. E allora io credo che questo stia provocando uno stravolgimento non solo morfologico, non solo fisico, ma anche di contenuti. Prima avevamo delle case molto più brutte, ma delle città in possesso dei cittadini, adesso abbiamo delle case bellissime ma città sporche, disordinate, utilizzi da suk. Ci rifugiamo in un tipo di vita individuale arroccata dentro noi stessi. Internet La casa isolata. La villetta, che può essere anche piccolissima, purché non sia più il condominio. E dentro la città, che è diventata un supermercato. E il supermercato, outlet all'esterno, che sono truccati come città storiche. Siamo all'interno di un vortice di entropia culturale, mentale, che poi si ritorce sulla fisionomia del territorio. La disgregazione che individua De Rita nell'ultimo rapporto Censis è una radiografia molto veritiera. Secondo lei questa emergenza è avvertita dall'opinione pubblica? Probabilmente qui si entra in settori che non mi competono, di psicologia o di sociologia... Io faccio l'urbanista e da urbanista posso dire che dopo trent' anni che produciamo piani, noi urbanisti abbiamo fallito. Nelle città del sud dove l'abusivismo è imperante, la situazione non è poi tanto diversa rispetto alle città del nord dove la pianificazione è rispettata e dove si fanno piani su piani, su piani... In che senso avete fallito? Noi continuiamo a prevedere periferia. A pianificare un'espansione anche laddove gli abitanti rimangono in numero stazionario. Noi abbiamo perso perché non sappiamo più rispondere alla domanda: cos'era che faceva la città? Erano gli standard urbanistici? Allora bisogna dire che non ci si deve limitare a disegnarli, ma anche ad attuarli. Ed evitare di cancellare quello che io considero ilparco del futuro, ossia la nostra campagna. Noi urbanisti invece siamo diventati agenti di questo mercato in cui le amministrazioni comunali hanno bisogno della concessione edilizia e di oneri d'urbanizzazione per fare nuove lottizzazioni perché non hanno soldi. Continuiamo a fare piani per soddisfare il fabbisogno comunale degli amministratori, non per razionalizzare e organizzare la città. Poi pensiamo che con la bella architettura riusciamo a risolvere i problemi della ritta. Ma quando ci si rifugia nelle grandi firme vuoi dire che non si ha un'idea della città e del suo futuro. Invece, bisognerebbe riflettere sul rapporto tra urbanizzazione e trasporto pubblico. Come si può, in un territorio in cui le costruzioni e l'urbanizzazione si diffondono in tutte le direzioni, far funzionare un trasporto pubblico che deve seguire delle direttrici? Non possono un treno, un tram, un autobus... andare in tutte le direzioni. Se l'urbanizzazione si disperde nel territorio, i mezzi pubblici saranno sempre più inefficienti e i mezzi privati sempre più congestionati. Porsi questi problemi è ragionare del paesaggio urbano, e del paesaggio in generale. Paesaggio che noi abbiamo dissipato, per in cultura, e per avidità... Ma d'altra parte l'avidità è un fatto d'ignoranza. 2. continua (La fotografia è di Andrea Abati)