Lei è alta circa due metri, ha un volto giovane e bello, una carnagione lattea e una veste elegante che le fascia il corpo con morbidezza. Si chiama Vibia Sabina e un tempo fu la moglie dell'imperatore Adriano. Così, la sua figura altera, una statua in marmo scolpita in stile neoattico, tornerà a Tivoli, a villa Adriana. A casa dunque, dopo il lungo viaggio da Boston, museo che l'aveva comprata nel 1979 nonostante la sua provenienza «misteriosa». Prima di rientrare definitivamente, a donna Vibia è toccato però il compito di aprire la mostra Nostoi. Capolavori ritrovati, ospitata da oggi al Quirinale, nelle sale della galleria di Alessandro VII, sotto le volte affrescate da Pietro da Cortona (visitabile fino al 2 marzo prossimo). Sono sessantasette i reperti presentati al pubblico, sessantotto se si conta già il rientro previsto per metà gennaio dello stupendo Cratere di Eufronio. Tutti insieme rappresentano il frutto di lunghe (spesso estenuanti) trattative fra il ministero dei beni culturali e le istituzioni museali straniere, in primis con il Getty Museum, da cui provengono gran parte dei tesori, scavati clandestinamente, venduti al miglior offerente e ora esposti dal legittimo proprietario. Nonostante la vittoria e l'inaugurazione di una pratica «etica» che nel futuro potrebbe fare scuola e bloccare molti traffici illeciti, alcuni problemi restano e rimangono insolubili. Uno su tutti, la «ferita», il buio sulle origini di molti dei reperti recuperati e la loro perdita di storia. «Non è sempre possibile stabilire la provenienza delle opere restituite - spiega il curatore della rassegna Louis Godart, consigliere del Presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico -. Molte di queste sono state strappate a luoghi di cui ignoriamo tutto. Il nostro ministero sembra orientarsi verso uno spazio prestigioso dove esporre l'insieme delle opere, dopo la tappa del Quirinale». Fra i preziosi «pezzi» archeologici, manca il giovane atleta in bronzo attribuito a Lisippo. La statua è ancora al centro della contesa fra Italia e America. La sua è una partita diplomatica tutta da giocare. «Stiamo trattando - continua Godart - Il ministro si sta adoperando per recuperarlo. Gli americani tentano di portare acqua al loro mulino ma noi siamo assolutamente convinti che la scultura provenga da acque territoriali italiane. La questione è aperta: alla luce delle trattative portate a termine, con la restituzione di questi capolavori, posso dire che c'è una volontà di collaborazione da parte delle istituzioni musealistraniere. Di fatto, si rendono conto che non possono continuare a esporre opere di provenienza dubbia, per non dire di più». La mostra al Quirinale, oltre ad aggiudicarsi un appeal in sitnonia con la vigilia delle festività, grazie alla sua eccezionale reunion di capolavori unici, presenta anche una nuova epoca giuridica: è come se stabilisse un prima e un dopo e in un certo senso, ponesse uno stop alle grandi razzie degli ultimi trent'anni. «La mostra - aggiunge ancora il professor Godart - ha un enorme interesse da molti punti di vista. Presenta capolavori assoluti e fa capire al pubblico che questi oggetti straordinari hanno perso una parte importante del loro valore perché non sappiamo nulla dei contesti archeologici ai quali sono stati strappati. Un esempio, il più clamoroso: il trapezophoros che esponiamo (è tornato dal Getty, ndr.) è un oggetto prodigioso. Non abbiamo confronti nel mondo antico con altri reperti di questo genere. Sarebbe stato fantastico poterlo ritrovare nel proprio contesto archeologico, sapere a chi apparteneva la tomba, ricostruire il suo ambiente. Ora, invece, lo ammiriamo nella sua intrinseca bellezza, ma è decontestualizzato. È una tragedia, una ferita al patrimonio culturale dell'umanità. C'è anche un altro aspetto che vorrei sottolineare. Il nostro nucleo dei carabinieri per la tutela del patrimonio svolge un lavoro importante di cui i beneficiari sono tutti i paesi del mondo. In questo momento, i paesi occidentali hanno il dovere di aiutare quelli più poveri a far valere i propri diritti sulla parte del loro patrimonio che è stata depredata. Mi riferisco all'Iraq ma anche all'estremo oriente e all'America Latina: perché chi ruba le opere d'arte per venderle ai paesi 'ricchi', adesso sa che incontrerà molte difficoltà. Così, vengono presi di mira i luoghi del mondo che non hanno le strutture adatte per difendere i loro tesori e la loro memoria. È un nostro dovere civile aiutarli, mettendo a disposizione le competenze e le nostre esperienze». Sono milioni, infatti, le opere che circolano sottobanco facendo fiorire un mercato «al nero» con cifre da vertigine: secondo alcuni dati, la mole di denaro che gira intorno al traffico delle opere d'arte rubate e a quello dei falsi supera i ricavi della vendita della droga (oltretutto, le pene per i trafficanti d'arte sono sensibilmente inferiori a quelle dei mercanti di sostanze stupefacenti). Se però continueranno a stringersi accordi per le restituzioni fra diverse istituzioni museali, collezionisti privati e altri soggetti, i «predatori» non potranno più smerciare i loro oggetti con tanta disinvoltura. Intanto, a Roma, ci si può mettere in fila per vedere alcuni capolavori del mondo antico, dalla Magna Grecia all'impero romano: il Trapezophoros, il vaso di Asteas che raffigura il ratto di Europa (restituito dal Getty già nel 2005, era stato trafugato dal sud della penisola), una bellissima maschera in avorio, strappata da una villa romana nei pressi di Bracciano. «È un oggetto fantastico - spiega ancora Louis Godart -. Non abbiamo confronti con oggetti di questo genere. Conoscevamo l'esistenza di statue d'avorio nel mondo antico, come l'Atena di Fidia, collocata nel Partenone, che era una statua crisoelefantina, in oro e avorio, o quella di Zeus nel tempio di Olimpia, ma ne avevamo notizia soltanto attraverso la letteratura. Non si sa a chi appartenga quel volto, ma lo ammiriamo così com'è». Ultimo rientro già programmato, quello della Venere Morgantina, insieme a un corredo di quindici argenti ellenistici: bisognerà attendere ancora tre anni, tornerà in Sicilia nel 2010.