Arte La storia delle opere raccontata in televisione "Per favore, prenda la chiave», disse il sagrestano di San Giovanni alla Valletta (Malta) a Simon Schama, che stava guidando la troupe televisiva per la ripresa del Martirio di san Giovanni del Caravaggio. «Per favore, prenda la chiave», insistè mentre il professore universitario britannico lo guardava senza capire. Finalmente la chiave, una grossa chiave di ferro, passò nelle sue mani. Ed ecco. Quella chiave era la stessa che, nel quadro, pende dalla cintura del secondino. Improvvisamente Schama si trovava ad avere in mano un pezzo della realtà com'era prima che Caravaggio la ritraesse e come sarebbe rimasta. Quel pavimento su cui il pittore, fuggiasco e assassino, aveva segnato la firma con il sangue del Battista, premettendo al nome le lettere FR (frater), è lo stesso su cui si eseguivano le sentenze capitali. Il primo dicembre del 1608 i cavalieri si radunarono nell'oratorio per sentirsi dire che Fra Michelangelo per quattro volte non aveva risposto all'appello, e pertanto fu decretato putridum et foeditum ed espulso dall'ordine. Ma Michelangelo, lui, aveva già giudicato. Facendo suo il sangue del Battista, si dichiarava peccatore e martire. Ora era chi lo condannava ad essere assimilato a Erode. Così le distanze crollano. Crolla quella tra la vita del pittore e la sua opera, crolla quella tra lo spettatore e il grande quadro, e anche quella tra passato e presente. La chiave è lì, e se la chiave è una «chiave di lettura», allora quella lettura si basa su oggetti reali e tangibili, sul ferro e sul sangue. Questo è uno dei tanti flash del libro di Schama, su cui val la pena di soffermarsi. Il libro è germogliato da un programma di otto conversazioni sull'arte tenute alla BBC. Raccoglie l'esperienza che uno storico dell'arte ha acquisito guardando le stesse cose che vedono i suoi colleghi, ma nell'urgenza di un racconto visivo, nel quale convergono gli studi a tavolino e la lunga esplorazione delle opere mentre si sciolgono i cavi, si dispongono le luci, si prova l'audio... Da questa invidiabile esperienza sono nate pagine di brillanti e intelligenti conferenze, dove l'erudizione cede il passo ad un'esposizione affabile e cordiale. E così, anche se non abbiamo visto le trasmissioni della BBC, possiamo ricavare dal libro alcune indicazioni che possono confortarci. Prima considerazione. La comunicazione televisiva è efficace se mette in relazione i luoghi con la parola. Il successo che hanno da noi le trasmissioni di Philippe Daverio deve sicuramente moltissimo alla sua straordinaria mobilità. Secondo. La ripresa televisiva deve essere tutt'altra cosa dalla successione di immagini in un meraviglioso libro illustrato. Terzo: emozioni e giudizi personali del conduttore debbono fondersi con il racconto della vita dell'artista in una assoluta empatia. Di conseguenza lo spettatore è grato, a chi gli parla, se questi espone i propri dubbi e i propri percorsi verso il giudizio attuale. Non persuade chi «è nato imparato». Schama confessa candidamente di non avere amato Rothko di primo acchito, di essere arrivato lentamente ad ammirarlo. E con Picasso, perché non ammettere che anche il genio ebbe momenti di stanchezza, prima del grande scatto di «Guernica»? Presentare a un pubblico britannico un maestro «papista» come Gian Lorenzo Bernini richiedeva non poca abilità. Ma Schama è un maestro nel destreggiarsi tra le alleanze e gli umori delle grandi famiglie romane, in quella monarchia teocratica dove il re cambiava spesso, ma lasciava sempre un corposo seguito familiare. Ancora un altro elemento importante nella comunicazione: la contaminazione con campi del tutto estranei ma che, richiamati alla mente, rivelano con forza una relazione. Così, nel descrivere il dipinto di Turner, «Veduta del canale di Chichester», Schama può tranquillamente dire che nel quadro «una grande nera imbarcazione procede lungo un'autostrada baluginante di luce». Longhi fu un grande maestro in questi traslati: il corpo di Cristo in una croce dipinta di Giunta Pisano che si contorce «come la S di squalo», le mensole dipinte da Giorto giovane nel transetto di Santa Maria Maggiore «come i vomitoria del Colosseo». Zeri detestava simili raffronti e ricordo che in una trasmissione, nella quale, volendo spezzare al popolo il pane della scienza, condivideva la scena con una popolana, se la prese con un critico (probabilmente Testori), il quale aveva paragonato un pollo dipinto a un crocifisso. «Le pare che si possa confrontare Nostro Signore a un pollo?», chiedeva Zeri alla sua stupefatta ascoltatrice. Schama trancia la storia in modo talora troppo netto, ma che rimane impresso. Per esempio, quando scrive che, alla fine del cubismo, «vi furono due direzioni: decorazione e scultura. La prima, scelta per esempio da Matisse, portò all'astrazione... ma Picasso, il meno sentimentale, il più scultore degli artisti moderni, prese l'altra strada». Certo, è semplificare parecchio, ma intanto il lettore o lo spettatore ha ricevuto una bussola. Saprà poi lui come usarla.