Il pontefice conosce bene la pittura, gli artisti e ama la storia dellarte -------------------------------------------------------------------------------- Pochi sanno che Benedetto XVI conosce bene la pittura, gli artisti, i musei. Non solo quelli Vaticani. Dentro le mura leonine dicono che Ratzinger fin dalla gioventù ha spesso visitato le grandi istituzioni museali, capisce larte e limportanza della storia dellarte per lumanità. Ha ben chiaro il ruolo preminente della cultura per qualificare limmagine della Santa Sede. E questa è una delle letture delle ultime nomine vaticane: monsignor Gianfranco Ravasi alla presidenza del pontificio consiglio della cultura e ora larrivo come direttore dei Musei Vaticani, il museo più importante al mondo, di Antonio Paolucci, ex ministro dei Beni culturali della Repubblica italiana (governo Dini), ex soprintendente del Polo Museale fiorentino. È un grande storico dellarte e un grande tecnico, uno degli uomini simbolo di Firenze ma che ora lavora davanti a una finestra con vista sul Cupolone, a pochi metri dagli affreschi di Michelangelo, dai Raffaello, dalle migliaia di persone che ogni giorno si mettono in coda per varcare la soglia di questa istituzione, presa letteralmente dassalto nel periodo natalizio. È unardua impresa quella di Paolucci, la cui nomina dipende direttamente dal pontefice, contrattualizzato dai Vaticani per un triennio, che sta muovendosi con molta soddisfazione, come dice in questa prima intervista, per capire, come dice lui stesso, «cosa sono i Musei Vaticani». Non dovrebbe averne bisogno. «Non intendo in termini di ricchezza, di tesori, di reperti, lo sapevo già cosa sono, altrimenti non farei questo mestiere. Volevo capire cosa sono i Musei Vaticani in termini di risorse umane. E devo dire che lesperienza è stata positiva. In Vaticano cè uno staff di specialisti, di studiosi di ogni settore di primissimo ordine, da non temere il confronto con qualsiasi soprintendenza italiana, e le conosco bene. Laltra cosa importante dei Musei Vaticani è il personale di custodia: cè un corpo professionale che ogni soprintendente vorrebbe avere». Una «maledizione» comune tra i musei italiani e i Vaticani, che ormai raggiungono i quattro milioni di visitatori, cè: i flussi, le code enormi che si formano allingresso specialmente in questo periodo di festività. «È difficile la soluzione per i Musei Vaticani. Ho visto i precedenti, me ne sto occupando, si sta parlando di unaltra entrata, di unaltra uscita. Ma qui si interviene su monumenti insigni, preziosi: come si fa a tagliare, a manomettere? Ma cè una cosa positiva che avverrà dallinizio del 2008: i Musei Vaticani prolungheranno lorario di apertura di due ore, arriveranno alle 18. Oggi chiudono alle 16. Apertura lunga dunque. Sono due ore in più di Michelangelo e di Raffaello. Ci avviciniamo allorario dei musei statali italiani. Per far questo abbiamo dovuto fare delle ristrutturazioni, assumere del personale». I Musei Vaticani ad ogni modo sono in attivo. «Nel bilancio globale del governatorato, attualmente retto dal cardinale Lajolo, i musei sono una voce importante: una cinquantina di milioni di euro di sola biglietteria. Il biglietto dingresso dei Vaticani è 13 euro». E non è poco. «Non è poco, ma significa un flusso di denaro cospicuo per le casse del governatorato. Il merchandising è buono ma può essere migliorato. I Vaticani come i musei fiorentini, il Louvre e i musei inglesi sono i grandi totem dellimmaginario artistico universale. E tutti hanno il problema dei flussi. La prossima generazione di direttori dei musei, di storici dellarte dovrà fare i conti con questo problema planetario. Ogni cittadino del mondo vuol vedere la Gioconda, la Primavera, la cappella Sistina. Ci auguriamo che i cittadini acquistino livelli di benessere e di prosperità tali da potere viaggiare, vedere. Ma quando questo succederà cosa accadrà nei musei? Hanno una capienza limitata». Finora hanno retto. «Nel 1956 gli Uffizi erano visitati da cinquantamila persone lanno. Mezzo secolo dopo sono diventati un milione e mezzo. Questo è avvenuto in tutto il mondo. Cè stato un miglioramento delle condizioni sociali anche se personalmente sono convinto che cera più gente che usciva dagli Uffizi ricordando qualcosa e avendo capito qualcosa tra quei cinquantamila che nel milione e mezzo di oggi. I cinquantamila erano unélite, avevano letto e studiato». Oggi il museo è cambiato, è il nuovo mall, il luogo dincontro. «Non è proprio così. È un fenomeno dellinconscio. La globalizzazione ci porta verso una gigantesca poltiglia. Per ricordare la propria identità resta solo il museo, è una garanzia, una specie di consolazione. Il museo è consolatorio e rassicurante di fronte alla poltiglia mediatica globalizzante. Gli artisti, Dürer o Michelangelo, fanno riconoscere la propria identità. io sono tedesco, io sono italiano. Questa è secondo me una delle ragioni del successo dei musei anche se il visitatore esce senza aver capito nulla. Ma il fatto che quella cosa esiste, che vai a vederla, che è ancora lì, ti conforta, ti consola. Sono stelle fisse delle tua vita». Con un così alto numero di visitatori non cè il rischio di «consumare» affreschi come quelli della Sistina? «Cè un sistema piuttosto sofisticato nella Sistina. Sono interventi che si fanno anche nella cappella Brancacci, al Cenacolo di Leonardo, Giotto a Padova. Ma non abbiamo un tempo di verifica abbastanza lungo. Sono cose che esistono da pochi anni e le opere darte sono fatte per durare secoli. Ci manca il test sui tempi lunghi. Questo vale anche per i restauri. Noi oggi siamo convinti di aver fatto eccellenti restauri. Ma fra centanni potremo dirlo ancora?». A proposito di centanni, gli ultimi. La collezione del Novecento dei Musei Vaticani è molto debole. «I Musei Vaticani nascono con una caratteristica: sono un museo globale. La Chiesa ha voluto certificare, testimoniare la memoria della umana civiltà in tutti i suoi aspetti. Ci sono sezioni su tutto. È il museo dei musei. Nel secolo scorso, al tempo di Paolo VI, si è voluta testimoniare anche larte contemporanea. Certo, mancano i grandi capolavori. Ma trovo positiva questa volontà della Chiesa di misurarsi anche con il contemporaneo. Ci sono opere di qualità diversa, è vero. Il fatto stesso che la modernità sia testimoniata però è importante anche da un punto di vista filosofico, spirituale. La Chiesa non vuole tirarsi fuori dalla modernità». Lei ha lasciato Firenze, è stato pensionato, non ha ottenuto proroghe. Ha dei rimpianti. «Nessun rimpianto anche se avrei voluto finire il lavoro dei Grandi Uffizi. Lultima volta che ho visto Rutelli gli ho detto: Francesco il tuo governo mi ha buttato fuori, meno male che mi ha ricoverato il Papa».
ROMA I miei musei vaticani. Parla Antonio Paolucci nominato direttore dalla Santa Sede
Il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci, ha parlato della sua nuova posizione e delle sfide che affronta. Ha detto che conosce bene la pittura, gli artisti e i musei, e che il ruolo della cultura per la Santa Sede è importante. Ha anche parlato dei problemi dei musei, come i flussi di visitatori e la gestione del personale. Ha menzionato che i Musei Vaticani hanno un staff di specialisti e studiosi di primissimo ordine, ma che il problema dei flussi è comune a tutti i musei. Ha anche parlato della necessità di una soluzione per il problema dei flussi, ma ha detto che non si può tagliare o manomettere i monumenti insigni.
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