Larry è Schumacher, un talento puro nel suo settore, il mercato dellarte, che lui compra e rivende. Non è semplicemente un rivenditore dauto, è un grande intenditore. Il problema è credere che possa supplire alle nostre carenze museali. Il picconatore Fuksas,intervenuto con unintervista su queste pagine, divora Roma per come ha accolto Larry Gagosian, il mercante darte di New York che qualche giorno fa ha aperto una nuova galleria nella capitale. Fuksas ha, come i suoi edifici belli fuori ma vuoti dentro, ragione da vendere e torto da rendere. Ha ragione sulle apparenze, sulla forma e i rapporti di forza, che nellarte e nellarchitettura sono importanti, se non tutti. Ma sbaglia sul contenuto. Ha ragione quando dice che è assurdo e imbarazzante che le autorità trattino lapertura di una galleria darte come larrivo di un capo di stato, chiudendo strade e offrendo gli stessi onori al proprietario della galleria che potrebbe meritarsi un grande direttore di orchestra, un grande scienziato, Bill Gates o Steve Jobs. Ha torto marcio quando riduce Gagosian a un venditore di auto, seppure per metafora. Per i molti che giustamente vivono felici e contenti senza neanche sapere dellesistenza di questo signore americano sbarcato a Roma, mi permetto di spiegare che Larry Gagosian non è un rivenditore di auto ma anzi conosce larte moderna e contemporanea molto bene anzi probabilmente meglio dello stesso architetto romano. Ha scelto però di fare un mestiere molto preciso: il gallerista. Questa professione ha un unico obbiettivo: mostrare arte e venderla, oppure comprare arte per rivenderla, sempre possibilmente e nei limiti della legalità e dellonestà guadagnadoci il più possibile. Quello che fa Gagosian, al momento meglio di qualsiasi altro, è la stessa cosa che in passato hanno fatto, e alcuni ancora fanno, grandi mercanti dellarte contemporanea come Leo Castelli, Ileana Sonnabend, Christian Stein, Gian Enzo Sperone, Michael Werner, Konrad Fischer, per citarne solo alcuni. Un gallerista che non vende è un cretino e dovrebbe fare un altro lavoro. Come se un architetto, per rimanere in tema, invece di progettare edifici preferisse gestire una ditta di demolizioni (in Italia non esiste questo problema perché nè si costruisce nè si demolisce quasi nulla). Accusare quindi Gagosian di fare il gallerista, cioè il suo mestiere dove e quando gli pare è falsamente moralista e radicalmente obsoleto. Ma sempre meglio che consideralo quello che non è, cioè un mecenate, come hanno fatto i politici. Larrivo di Gagosian ha, senza volerlo, messo a nudo il problema del nostro paese nei confronti dellarte contemporanea, svelando, se ce ne fosse bisogno, lenorme confusione che fermenta nella testa di amministratori pubblici, autorità dello stato e addetti alla cultura ufficiali. Possiamo tiprendere la battuta di Fuksas sul rivenditore di auto per commentare la reazione nei confronti di Gagosian da parte delle personalità politiche che si considerano lungimiranti ed informate: è come se Michael Schumacher avesse aperto un concessionario di Ferrari e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo avesse accolto come salvatore della patria automobilistica. Non perché consideri il concessionario di auto unoccasione commerciale importante, ma perchè, non avendo le idee chiare, possa credere che il concessionario di auto sia la fabbrica di auto di Maranello. Oppure un nuovo circuito di F1. La confusione è tale e lapprossimazione devastante nei confronti dellarte contemporanea che Gagosian viene scambiato per quello che in Italia non cè: ovvero un sistema museale funzionante, efficiente e serio. Mentre GagosianlSchumacher innaugura il suo spazio a pochi chilometri di distanza da Roma, lItalia tutta vede annaspare il museo Maxxi delle arti per il 21mo secolo che probabilmente aprirà nel 22mo secolo con una collezione poco credibile da 20mo secolo. Il Maxxi è un potenziale circuito di Fl dove, prima di inaugurare, stanno già crescendo sulla pista le erbacce. Non me ne vogliano gli amici che ci lavorano, ma lo sanno anche loro che è così e che sarebbe meglio al momento comprare diserbanti e non arte. Ha ragione lartista Francesco Vezzoli nella sua intervista al Corriere della Sera (12 dicembre) quando si rammarica che in Itali a larte contemporanea, a differenza di altri paesi, dallInghilterra alla Cina allIndia, non viene considerata una risorsa del paese ma una distrazione con la quale fare un po di salotto. In Italia oggi tutti hanno la bocca piena di arte contemporanea ma pochissimi sanno masticarla, deglutirla o digerirla. Gagosian non deve essere uno stimolo per lo Stato a darsi una smossa ma per i suoi colleghi italiani e non che da lui qualcosa da imparare hanno. La città di Roma e lItalia non devono considerare la nuova galleria come un interlocutore istituzionale. Devono costruire strutture muscali pubbliche o private che siano loro punti di riferimento per il sistema dellarte del quale è parte anche il mercato. Non è il museo, o la cultura istituzionale, che deve servire le gallerie ma sono le gallerie che devono costruire programmi di tale qualità da destare lattenzione dei musei e naturalmente dei collezionisti. Il segnale dato dallamministrazione capitolina allarrivo di Gagosian è grave perché fa pensare che un gallerista privato possa sostituirsi nella programmazione culturale alle strutture museali. Senza una rete di musei di arte contemporanea non cè Gagosian che tenga, un paese non diventerà mai protagonista efficace nel panorama internazionale. In questo momento lItalia non lo è. Concludo citando un altro articolo sul nostro paese, tristissimo, approssimativo e pieno di luoghi comuni, apparso sul New York Times il 13 dicembre a firma di Ian Fischer. Larticolo in prima pagina con una foto di un signore non più giovanissimo seduto sconsolato sotto uno striscione di una manifestazione di sciopero dava un quadro dellItalia devastante, un paese oramai destinato a diventare semplice attrazione folcloristica dove una nuova «forma di povertà» organizzativa ed economica sta azzerando la nostra identità. La cosa però più grave nellarticolo erano le dichiarazioni delle personalità italiane che confermavano i sospetti, infarciti di luoghi comuni, del giornalista americano. «E' vero siamo in declino, siamo un disastro». più o meno recitavano in coro gli intervistati. Un declino che a colpo docchio potrebbe essere confermato proprio dallagitazione creata dal nuovo gagosianesimo romano. Invece, e lo dice uno non certo tenero con il proprio paese, lItalia è una miniera di cultura contemporanea inesplorata. Dal cinema, alla musica, alle arti visive, al teatro le possibilità di crescere sono immense. Il grosso problema è che in questa miniera chi decide di addentrarsi lo fa in costume da bagno e con le ciabatte, non con i picconi e lelmetto di protezione in testa. Sarà stato lo stesso Larry Gagosian a rimanere sorpreso dagli onori che gli sono stati tributati e il sindaco di Roma gli sarà sembrato come uno di quelli che vanno ad un party in smoking e scoprono che tutti sono vestiti con i jeans e le scarpe da tennis.