-------------------------------------------------------------------------------- SONO graffiti ma non hanno niente a che fare con la creatività di giovani metropolitani. Sono segni oramai sbiaditi che rimandano a tragedie, «ad un episodio della storia della nostra città che è bene ricordare» come ha suggerito Ezio Raimondi, presidente dellIbacn. Sono le tante scritte che tra il 1940 e il 1945 costellavano i muri di Bologna per indicare alla popolazione lingresso dei rifugi antiaerei, con entrate e uscite di sicurezza, la presenza di cisterne dacqua, di pozzi, di idranti per spegnere gli incendi. Immagini che ancora occhieggiano tra segni di bombolette e poster pubblicitari, archiviate attraverso un censimento fotografico presentato ora, in parte, nella mostra «Graffiti di guerra. Le iscrizioni antiaeree a Bologna 1940-1945», allestita alla Manica Lunga di Palazzo dAccursio fino al 6 gennaio (orario 10-18; ingresso libero). Iniziativa organizzata dallIstituto dei Beni Culturali, in collaborazione con Comune e Istituto Parri, nata appunto dalla volontà di registrare, e quando possibile tutelare, questo genere di patrimonio storico. Sui pannelli sono disposti 75 scatti, scelti tra i 300 realizzati per conto dellIstituto da Riccardo Vlahov; patrimonio che ha dato vita ad un archivio accessibile a tutti e inoltrato al settore Lavori Pubblici di Bologna e alla Soprintendenza perché, in caso di lavori di ristrutturazione, istituzioni e privati cerchino di salvaguardare le scritte ancora presenti. «Il Comune ha già risposto con un impegno di tutela sugli edifici pubblici ma siamo riusciti a conservare anche scritte su palazzi privati, ad esempio in via Santo Stefano 43, in via San Vitale 28 e in via Rizzoli 5 - spiega Vito Paticchia di Ibacn che ha coordinato lintera operazione - . Non cè una legge specifica di tutela per questi reperti, come invece accade per iscrizioni analoghe della Prima Guerra Mondiale, ma ci si può sempre rifare al Codice per i beni culturali che si applica anche agli oggetti storico artistici che hanno più di cinquantanni». A Bologna, abitata da quasi 300 mila abitanti (ma negli ultimi mesi della guerra, con gli sfollati i residenti furono quasi 500 mila), cerano 111 rifugi, segnalati al tempo in una grande mappa collocata sulla struttura che proteggeva il Nettuno, quasi tutti nei palazzi storici o in quelli borghesi. Erano gli unici a poter garantire con le loro strutture edilizie solide unadeguata protezione; cantine, per lo più, puntellate con travi di legno. Poi cerano i grandi rifugi sotto il Pincio, alla Montagnola, in via del Guasto, o nei centri appena fuori porta. «A Casalecchio si è già recuperato il rifugio al Parco Talon, utilizzato in estate per proiezioni, ma si sta pensando di poter recuperare e rendere di nuovo agibili i due rifugi in città, di proprietà del Comune, in via del Guasto e a Villa Spada», commenta ancora Paticchia. Gallerie e sotterranei acquisterebbero così la funzione di musei, per ricordare un pezzo di storia locale ma anche una nuova logica politica della guerra. «Queste scritte testimoniano la nascita di una guerra totale in cui tutti sono coinvolti, compresi i civili, cosa che non accadde fino alla Prima Guerra Mondiale - spiega Luca Alessandrini dellIstituto Parri - . Ancora prima che scoppi il conflitto si era già deciso che sarebbe stata una guerra aerea, e avrebbe chiamato in causa le popolazioni civili». Non a caso, nel 1936 (anno degli interventi italiani in Etiopia e in Spagna) fu istituita lUnione Nazionale Protezione Antiaerea, con compiti di prevenzione ed educazione della popolazione alle tematiche di sicurezza. «Si dà il via allUNPA perché si sa cosa succede alle popolazioni bombardate, dal momento che si stanno bombardando altri popoli», aggiunge lo storico. E a Bologna, il 25 settembre 1943, durante uno degli attacchi aerei più pesanti degli alleati morirono, in un solo giorno, 1050 civili, quasi la metà sul totale accertato alla fine della guerra.