Un enigma color avorioIn mostra 67 tavolette con una storia travagliata Erminia Pellecchia La fuga dello scalone è interrotta da tre grandi archi a sesto acuto, che spezzano la monumentalità austera del seicentesco seminario arcivescovile di Salerno, dal 1990 sede del Museo Diocesano. Tre porte da oltrepassare prima di ritrovarsi proiettati nelle atmosfere magiche da mille e una notte rese palpitanti dalla regia sapiente di Mauro Carosi, scenografo di talento, alle spalle i superbi allestimenti per il San Carlo, l'Opera di Roma e la Fenice. Davanti agli occhi sembra materializzarsi la moschea di Cordoba con la meravigliosa teoria di arcate ogivali e i raffinati decori moreschi. Il colore imperante è il rosso, scalfito da venature brune e ammorbidito dal gioco di arazzi dorati e di specchi che amplificano la teatralità dello spazio. È questo lo scrigno immaginato da Ferdinando Bologna per svelare i segreti degli avori della cattedrale di Salerno: 67 tavolette realizzate tra la fine del secolo XI e la prima metà del XII e ora reintegrate, grazie al prestito del Metropolitan, del Louvre e dei musei di Berlino e Budapest, di altri tre riquadri, trafugati e venduti nel secolo scorso. Occasione della ricomposizione dell'arredo liturgico (quasi sicuramente un paliotto) la mostra «L'enigma degli avori medievali da Amalfi a Salerno» (il vernissage oggi alle 17), curata dall'autorevole medievista su input della soprintendenza di Salerno, e visibile al pubblico fino al 30 aprile 2008. A dare un valido contributo scientifico è stato Antonio Braca, storico della soprintendenza che ha tracciato quel filo sottile che lega la cosmopolita Amalfi alla normanna Salerno, attraverso gli abili artisti-artigiani, probabilmente monaci (suggestiva l'ipotesi del «Mosè» vestito col saio a mo' di firma nascosta). Sarebbero stati loro i creatori di queste strisce che raccontano, con un linguaggio ingenuo, ma sovraccarico di sottintesi colti, le storie del Vecchio e del Nuovo Testamento. Il percorso espositivo - si snoda lungo quattro sale ed è scandito da teche-leggii che dialogano con le belle foto di Roberto Bigano - parte, appunto, dall'Amalfi dell'XI secolo, crocevia di scambi e contaminazioni tra l'Italia longobarda e normanna, il mondo bizantino e la civiltà islamica. Sorella maggiore degli avori salernitani è la Cassetta di Farfa, commissionata dal pio mercante Mauro Pantaleone. «Malgrado sia più antica - dice Braca - è impressionante l'analogia d'impianto iconografico e di stili». Suggestiva cornice è l'Oriente che nel reliquiario farfense è suggellato dal liutista arabo. E che fa da sfondo, il più delle volte, alle tavolette, come nell'«Andata a Betlemme», gemella di quella custodita a Cleveland e fonte ispiratrice dell'allestimento. «Tre o più mani diverse hanno contribuito a rileggere in un unico programma teologico le due parti della Bibbia», suggerisce Braca. Già sgranando una dopo l'altra le immagini che vanno dal 1070 al 1130 scorre la storia stessa dell'arte medioevale fino a lambire il realismo dell'umanesimo francescano e a trasformarsi da documento religioso ad elemento ludico, come testimoniano gli eleganti olifanti e la scacchiera che chiude il ciclo espositivo.
CAMPANIA Ricomposto l'arredo liturgico della cattedrale di Salerno
Il Museo Diocesano di Salerno ospita una mostra con 67 tavolette d'avorio medievali, create tra il XI e il XII secolo. Le tavolette sono state ritrovate in altri musei e restaurate grazie al prestito di altri riquadri. La mostra è curata dal medievista Antonio Braca e visibile fino al 30 aprile 2008. Le tavolette raccontano storie del Vecchio e del Nuovo Testamento con un linguaggio ingenuo ma sovraccarico di sottintesi. Il percorso espositivo parte dall'Amalfi dell'XI secolo e segue le contaminazioni tra l'Italia longobarda e normanna, il mondo bizantino e la civiltà islamica.
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