Il silenzio assenso? Altro che via breve alla svendita del nostro patrimonio storico-artistico-archeologico, è invece un nuovo meccanismo di tutela. Parola di ministro. Giuliano Urbani, ieri a Pisa nell'ambito di un convegno sulla conservazione e la valorizzazione delle navi recuperate nell'antico porto della città, si è pronunciato su quell'articolo 27 del decretone allegato alla Finanziaria, che prevede che, a fronte di una richiesta di messa in vendita di un bene castello, palazzo, convento, museo da parte del ministero dell'Economia, i sovrintendenti regionali debbano produrre il loro parere in novanta giorni (più i trenta che il ministero dell'Economia utilizza per istruire la pratica), passati i quali, se il parere non è stato dato, il bene sarà automaticamente alienabile. È l'articolo che ha suscitato la protesta di tutto il mondo che ruota intorno ai nostri beni culturali, dai sovrintendenti alle associazioni di tutela, da Italia nostra al Comitato per la Bellezza. «Dobbiamo separare nettamente ciò che ha valore da ciò che non ne ha» ha sostenuto il ministro. «Ciò che vale sarà tutelato da noi al meglio, mentre ciò che non vale sarà dismesso e prima lo facciamo e meglio è perché il nostro Demanio ha un patrimonio immobiliare degno di uno stato socialista sovietico e perché potremo realizzare soldi e liberare risorse da destinare alla tutela di tutto ciò che ha valore artistico e richiede fondi». Quanto al parere delle sovrintendenze, ha aggiunto, il meccanismo «si chiama silenzio-assenso perché si interrompe con quattro parole: si parla e si dissente». Come se il silenzio assenso fosse una dichiarazione all'Ansa: il bene X è inalienabile, e non se ne parli più. Dunque, dopo aver giurato di avere un'arma segreta che avrebbe dissuaso Tremonti dallo scippargli il patrimonio di cui lui è, da ministro, il custode, ora Urbani passa a sostenere che il silenzio-assenso è, al contrario, un meccanismi virtuoso. Sul fatto che esso si rompa con «quattro parole» nessuno, in due anni e mezzo di permanenza al dicastero, sembra averlo informato di quanto complessa e non orale sia la procedura per apporre un vincolo. Né deve aver letto il testo dell'articolo 27: dove da nessuna parte si dice che i soldi che deriveranno dalla vendita dei nostri beni andranno a rimpinguare non le casse di Tremonti, ma le sue.