Apre la galleria Chigi per accogliere i« Nostoi» opere trafugate e restituite dal Getty e da altri musei Sono stati scavati di notte, strappati dalle viscere della patria italica, nella cavità di una tomba etrusca o dalle pareti di una villa vesuviana ancora sotterrata dai lapilli. Opere di secoli prima di Cristo, o di subito dopo, hanno conosciuto le mani del XX secolo: predatori e mercanti, pochi scrupoli, le cure di restauratori svizzeri, gli interessi di intermediari internazionali. Sono stati battuti a aste di prestigio o, spezzati in più parti, sono espatriati attraverso la Svizzera nascosi nei Tir. Hanno fruttato un giro di miliardi di miliardi di dollari e poi si sono trovati esposti nei musei stranieri. Oggi, i capolavori sottratti illecitamente dall'Italia sono ritornati a casa, a Roma. Sarà il Presidente della Repubblica a inaugurare, questa mattina al Quirinale, nella «casa degli italiani», la mostra «Nostoi. Capolavori ritrovati» (fino al 2 marzo 2008). Nostoi è una parola greca, significa «coloro che ritornano». Ma questi 68 pezzi rientrati dal Getty Museum di Malibu, dal Metropolitan di New York, dal Fine Art Museum di Boston, non hanno subìto, come Odisseo, le traversie di un destino voluto dall'Olimpo. Piuttosto, come sostiene Luis Godart, consigliere del Patrimonio Artistico della Presidenza della Repubblica e curatore della mostra, sono stati ammutoliti: «Strappare un'opera dal contesto nel quale è inserita, vuol dire renderla irrimediabilmente muta». Per esempio, l'affresco vesuviano strappato a Boscoreale. È una lunetta, un mascherone che rappresenta Eracle, ossia Ercole. La villa vesuviana fu violata una ventina di anni fa, il furto dell'affresco non ha mai avuto segnalazione ufficiale. Ma sul catalogo della collezione Fleischmann Passion for Antiquity, apparve, verso la fine degli anni '90, quell'affresco, stimato 1 milione e 395mila dollari. Poi, razziato da Sant'Agata dei Goti, l'enorme cratere firmato dal pittore pestano Assteas con il ratto d'Europa: per anni ha fatto bella mostra di sé nella sale del Getty Museum di Los Angeles. Anfore, statue, antefisse, crateri, kylix, affreschi: sono il nostro passato, la civiltà mediterranea dalla quale proveniamo. E sono il bisogno di eternità e di bellezza, tutto umano, che ha unito Roma con Atene. Non a caso, nella mostra romana la Grecia ha voluto essere presente con una Kore in marmo del 503 a.C. trafugata dall'isola di Paros e restituita nel dicembre del 2006 dal Getty Museum. Nel 2008 rientrerà a Roma dal Getty anche la Venere di Morgantina, una statua colossale scavata nell'area archeologica di Aidone. Fu venduta il 22 luglio dell'88 da un antiquario londinese, Robert Symes, al Getty per 18 milioni di dollari. Nei primi dieci giorni di gennaio 2008 rientrerà anche il Cratere di Eufronio dal Metropolitan. Per l'Atleta di Lisippo, ritrovato nelle acque di Fano dal pescatore Romeo Pirani nel 1964, e rivenduta dopo molti passaggi per 4 milioni di dollari al Getty Museum da David Carrit, bisognerà attendere il pronunciamento del tribunale di Pesaro. Decenni di indagini del Nucleo di Tutela del Patrimonio Artistico dei Carabinieri hanno permesso questi rientri. Per ognuno dei pezzi in mostra c'è una storia di interessi a molti zeri. Gira gira, i nomi implicati erano sempre gli stessi, c'erano i collegamenti ma non le prove. Arrivano nel '95, quando si sequestrano i depositi ginevrini di Giacomo Medici: un intermediario tra l'Italia e i livelli più alti del traffico internazionale dell'arte. Si ricostruiscono le strade dei trafugamenti. Si incardina a Roma il primo processo contro l'ex direttrice del Getty Museum, Marion True, ancora in corso. Le prove schiaccianti permettono al Ministero dei Beni Culturali la richiesta di restituzione dei reperti del nostro passato. Il primo pezzo riconosciuto dagli investigatori come trafugato dei reperti oggi in mostra è il sostegno di mensa in marmo con due grifi che sbranano una cerva: fu sottratto in provincia di Foggia. «La nostra battaglia - dice Francesco Rutelli, ministro per i Beni e le Attività culturali - è stata fatta nell'interesse di tutta la civiltà dell'arte. Da noi deve cominciare la sconfitta dei trafficanti d'arte. C'è un radicale cambiamento del traffico degli oggetti scavati clandestinamente e approdati in qualche museo». Prova ne è la restituzione "spontanea" in questi giorni di una statua in bronzo del II secolo a.C. da parte di un collezionista svizzero che ha voluto conservare l'anonimato. Il bronzetto rappresenta un oratore in procinto di parlare, viene dall'Etruria. Nulla invece si saprà mai del frammento di volto di statua in avorio del I secolo a.C. Fu scavata a Anguillara. È Giunone? O Apollo? È vero: trafugare un'opera d'arte significa ammutolirla. Possiamo almeno guardarlo. Silente, ci dirà tutto.