ROMA Vibia Sabina - nipote di Traiano, moglie di Adriano - si staglia algida, nello splendore del marmo pario, contro gli affreschi di Pietro da Cortona. Siamo nella galleria di Alessandro VII Chigi, al palazzo del Quirinale, e la statua è l'elemento di maggiore impatto della mostra intitolata «Nostoi», parola greca che indica coloro che sono finalmente tornati dopo lunga peregrinazione. Insieme a Vibia, infatti, l'esposizione accoglie altri 66 reperti che hanno tutti il destino di provenire da scavi clandestini, da scantinati di tombaroli di scarsi scrupoli, dai traffici di signori in doppio petto che ne hanno trattato il trafugamento un po' ovunque, specie verso musei statunitensi. Da dove ora ritornano, dopo un lavoro di indagine e diplomazia estenuante. Tra i pezzi più pregiati c'è un cratere del IV secolo a.C. firmato da Assteas, famosissimo pittore di Paestum. Un trapezophoros (sostegno per la mensa) in marmo asiatico dipinto, che mostra due grifoni che azzannano una cerva. Bellissima è l'antefissa etrusca del V secolo a.C. con Sileno e Menadi danzanti. Il primo a restare estasiato da questo spettacolo è stato il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che ha inaugurato la mostra, mentre a provare un motivato orgoglio per il recupero è il ministro Francesco Rutelli, che ha così coronato un lunghissimo lavoro diplomatico e politico iniziato già dal predecessore Rocco Buttiglione. I musei da cui i reperti procedono sono tutti americani: il Paul Getty di Malibu, il Metropolitan Museum of Art di New York, quello di Fine Arts di Boston e il Princeton University Art Museum. Ma con altri - europei e asiatici - si sono aperte delle trattative. Due passi indietro, per non togliere lustro alla politica, si sono viste le divise dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, veri artefici di questi recuperi. I 67 pezzi che resteranno visibili fino al 2 marzo (ingresso libero, al Quirinale), raccontano di un'Italia di disperati e di ignoranti che avevano scelto lo scavo clandestino in luogo di un altro genere di delinquenza. Nel 1995 i carabinieri misero le mani su quello che fu battezzato «l'archivio Medici», dal nome del trafficante d'arte Alberto Medici. Il colpaccio avvenne a Ginevra. Il signore (che poi ha saldato i debiti con la giustizia) disponeva non solo di una sterminata raccolta di reperti, ma anche di 4000 tra foto e documenti che hanno consentito di capire meglio il fenomeno. A integrare la mappatura sopraggiunsero anche gli «archivi» di Robert Hecht, di Fritz Burky e altri. Intanto - si capì - l'attività dei tombaroli e il relativo mercato erano sempre esistiti in Italia, ma tra la fine degli Anni 60 e la metà dei 90 avevano conosciuto il loro boom. Il Paese e anche le forze dell'ordine erano impegnati su altri fronti e poi le superfici espositive in Italia erano relativamente ridotte, il che dava una giustificazione etica ad alcuni trafficanti: piuttosto che ammucchiare questa roba nei magazzini - era il principio - tanto vale darla ad altri musei. Solo che questo paravento nascondeva la razzia e gli affari miliardari (in lire). Lo scavatore del vaso di Assteas, per esempio, si fece immortalare con il suo reperto in una foto e, quando dall'archivio Medici saltò fuori la polaroid, non fu difficile convincere il Getty sulla provenienza illecita del vaso. Ma si seppe pure che al tombarolo furono dati un milione di lire e un maialino da latte, mentre nel 1981 il Getty pagò il cratere 380 mila dollari. L'atleta di Lisippo, un bronzo greco per il quale le trattative sono ancora aperte, fu trovato a largo della Puglia nel '64 e pagato 4 milioni di lire al pescatore. Sul mercato internazionale fu rivenduto a 700 milioni, mentre il Getty lo acquistò a 3 milioni e 900 mila dollari. La filiera prevedeva una rete di tombaroli anche non incolti, come Pietro Casasanta, alle cui testimonianze le indagini devono molto. Ma in genere si trattava di personale di bassa manovalanza che rispondeva ad un ricettatore più preparato e capace di mettere in contatto con il livello superiore del mercato. Ma come era possibile far sparire pezzi di tanto pregio e spesso così grandi? (La Vibia pesa oltre una tonnellata). Intanto i controlli erano più blandi (ora i carabinieri usano elicotteri e telerilevazione) e poi ciò che veniva scavato era sconosciuto. Possibile, comunque, che le soprintendenze e gli addetti non si rendessero conto di nulla? Qualcuno avanza delle perplessità. Per quanto riguarda poi i pezzi più grandi esisteva una tecnica di frammentazione: non solo i pezzi rotti potevano essere ricostruiti ma, spesso, un grande reperto veniva venduto meglio a lotti. Chi trovava una statua etrusca ne vendeva il torso e la testa poi, in un secondo tempo, proponeva «la grande occasione» di poter completare il pezzo con altri reperti «fortunosamente» rinvenuti. Quanto ci marciavano i musei? Molto. La signora Marion True, ex-direttrice del Getty, ha avuto difficoltà a spiegare alla magistratura alcuni acquisti. Tuttavia i mercanti internazionali cercavano di curare la loro clientela anche in questi piccoli fastidi legali: fornivano documentazione falsa sulla provenienza dei reperti o indicavano la data oltre la quale scattava la prescrizione del reato. Fin tanto che la politica non ha fatto i suoi passi. Il cui primo risultato è proprio la mostra «Nostoi» e la notizia che presto tornerà a casa dalla California anche la Venere di Morgantina.