La discussione riapertasi sul concetto di paesaggio e le sue diverse definizioni, talora contradditorie, è un segno ampiamente positivo, ed è comprensibile che ci si orienti su aspetti di competenze istituzionali. L'urgenza storica non differibile di poter strappare alla speculazione immobiliare pezzi preziosi di territorio conduce all'apprezzamento, saldo e irrinunciabile, di misure regionali che, pur con alcune improprietà ed errori, hanno posto mediante il Piano Paesaggistico un freno rilevante ai processi di speculazione costiera. Dovremo attrezzarci ad una battaglia compatta contro il tentativo di vanificare questa tutela da parte della destra mediante il referendum. Eppure vale la pena di non smarrire il confronto e la discussione sugli apparati concettuali e gli orizzonti istituzionali nei quali inserirli, perché nell'era della 'devolution' un confine credibile fra Stato e Regioni e, assieme, una positiva e collaborativa coesione italiana appare lungi dall'essere soddisfacentemente definita, come dimostrano i ripetuti pronunciamenti di Consiglio di Stato e Corte Costituzionale. Sappiamo che non è facile emanciparsi dalle vecchie discriminanti estetiche ed idealistiche che portarono (Legge 1497 del 1939) ad una lettura dell'ambiente in coerenza con i criteri di rarità e pregio, prevalenti nella definizione delle "cose, immobili e mobili, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnografico" della gloriosa Legge 10891939, che dagli anni Sessanta definiamo 'beni culturali'. E se il superamento di tale visione pur egemonizzata ed espressa dai termini costanti di 'bellezza' (nello stesso titolo della Legge, e nel testo, talora 'non comune' e di 'valore estetico') già si prospettava nel 1939, fu soprattutto nel 1985 grazie alla cosiddetta Legge Galasso (L. 4311985) che, dopo trent'anni di ricostruzione post-bellica democristiana, iniziò a formarsi una visione dell'ambiente finalmente fisica più che 'meditativa', generata dalle devastazioni della speculazione immobiliare; la 'Galasso' rese ben più stringente lo strumento dei piani paesaggistici, dando le giuste autonomie ai territori senza rinunciare al ruolo ultimo dello Stato, indicando fra l'altro le famose fasce di inedificabilità (300 metri dalle linee costiere marine e lacustri, 150 da quelle fluviali). Poi in Sardegna Luigi Cogodi fece la prima forzatura, proponendo i 600 metri, per arrivare ai due chilometri, assolutamente meritori, della Giunta di Renato Soru. Pur tuttavia sappiamo che il paesaggio non è fatto di sole misure, che sono ancora ampi i margini di riconoscimento, difesa e sviluppo conseguente di un territorio sempre a rischio, anche grazie allo strumento costantemente rinnovato ed insidioso degli 'accordi di programma', amato da ogni giunta che si rispetti. Il paesaggio, da una dimensione idealistica a quella decisamente più fisica della 4311985, gode ora di una definizione antropologica come espresso dalla relativa 'Convenzione Europea'. Se tale definizione secondo alcuni può manifestare rischi di arbitrarietà, (ne ha parlato di recente Vezio de Lucia), essa ci consegna comunque una sfida importante: il paesaggio (paesaggio, ambiente, territorio, nelle sue declinazioni terminologiche talora opportunisticamente vicarie) è nella sua essenza, sia nella costituzione sia nella percezione, questione culturale che non può essere racchiusa in una visione ed azione esclusivamente urbanistica. E' noto che le coste rappresentano, non solo geograficamente (o forse per questo?), le aree più esposte alle turbolenze politiche e speculative: ma se il paesaggio trasmette la storia e l'identità del territorio, non è possibile, né sufficiente risolverlo concettualmente nella divisione fra costa e non costa. Nei messaggi mediatici appare qualche timido 'Sardegna non solo mare', ma è indubbio che, nella ricca e documentata elaborazione di un Piano Paesaggistico regionale che ha compiuto uno sforzo certamente inedito, le coste godano di strumenti di tutela assai elaborati mentre i contesti territoriali delle aree internenon costiere, che hanno un loro pregio e persino una più netta rispondenza 'identitaria' (come abbiamo visto nella 'Convenzione Europea', nella storia del paesaggio sardo e delle sue rappresentazioni), hanno strumenti più difficili e precari di tutela. In queste aree, spesso di eccezionale forza, si sta sviluppando un processo di degrado notevole, un attacco meno visibile di quello costiero che mi sembra sottovalutato; sovrapposizioni generate da comuni che, regolate alcune questioni con centri storici così spesso ridotti a lacerti poco percepibili, tendono a dotarsi ora basandosi sull'emergere di quei bisogni bloccati sulle coste - di ciò che nelle coste è difficile fare. Piccoli campi da golf crescono. Si capisce come sia più difficile, rispetto alla linea di costa, la lettura e l'individuazione di un 'confine interno' della tutela: ma è qua che la sfida appare propria dei nostri tempi, non più o meglio non solo estetica né orografica, ma soprattutto antropologica e culturale. Non vi è una misura da dare, ma una rete da cogliere nelle relazioni dei cosiddetti 'paesaggi culturali' e delle loro differenti tipologie, in Sardegna effettivamente elaborate e ricche, ben più dello stesso bipolarismo indicato negli iconemi del Piano Paesaggistico (beni paesaggistici con valenza storico culturale beni identitari del paesaggio culturale sardo: ma questi ultimi non hanno valenza storico culturale?), che si generano da unità cellulari che potremo definire siti, sovente complessi perché pluristratificati, caratterizzati da quegli scenari profondi che catturarono l'attenzione, fra l'Ottocento e gli inizi del Novecento, di geografi, artisti e fotografi, viaggiatori e letterati. Tutelare queste aree, talora di scarsa o limitata antropizzazione (essa stessa carattere del paesaggio) non sarà possibile senza una loro puntuale definizione e come forte processo di autocoscienza delle comunità, senza una credibile direzione di sviluppo sostenibile basato sulla qualità diffusa e non sulla prevalenza del turismo di élite. Il paesaggio del ricordo è stato tanto idealizzato nella memoria emigrata quanto vissuto con ostilità quando ha smesso di rappresentare prospettive efficaci di vita umana. La condivisione è un passaggio non superabile. Ma intanto non dobbiamo commettere errori sul versante istituzionale: nel paesaggio della Sardegna, aree costiere e aree 'interne' legate alla storia umana e rappresentative dell'identità del territorio, costituiscono un ambiente fortemente connesso alle popolazioni residenti, meritevole di una battaglia avanzata che è solo all'inizio, e che la Sardegna (e il discorso vale per ogni regione) non può né deve condurre da sola. Concetti e discussioni in parte sviluppati nel vivace dibattito 'a sinistra' attorno alla cosiddetta 'tassa sul lusso', che vanno ampliati e ripresi. In Sardegna la natura profondamente culturale del paesaggio, e quindi l'indissolubile relazione con il classico 'patrimonio storico e artistico', è talmente forte da farla diventare la migliore dimostrazione dell'art. 9 della Costituzione Italiana: "La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.". Ragioni solide che portano verso diritti e competenze delle popolazioni residenti e delle loro democratiche istanze rappresentative delle quali è soggetto attivo la Regione nella stessa essenza dell'autonomia regionale ma anche verso il ruolo superiore dello Stato come custode della collettività nazionale e dell'uguaglianza dei suoi diritti e doveri. La competenza primaria dello Stato non può essere dimenticata o superata: ciò vale per i beni culturali come per quelli paesaggistici, e lo ricorda in maniera esemplare la sentenza n. 367 della Corte Costituzionale dello scorso 17 novembre, che ribadisce la competenza esclusiva dello Stato sul paesaggio, valore primario ed assoluto, di fronte al ricorso delle regioni Piemonte, Toscana e Calabria.
Il Manifesto Sardo
16 Dicembre 2007
Paesaggi culturali
MA
Marcello Madau
Il Manifesto Sardo
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Bene culturale
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