VISITATORI ILLUSTRI. L'ex sovrintendente è ritornato in città dopo un quarto di secolo Ospite del Banco Popolare per la presentazione del libro-strenna natalizio dedicato a Verona, Antonio Paolucci, fresco direttore dei Musei Vaticani oltre che titolare di una sfilza di incarichi prestigiosi che riempirebbero presto questo spazio, è tornato nella città che l'ha visto sovrintendente ai Beni artistici per un triennio dal 1980 al 1983. E ha colto l'occasione per una visita alla città e alla mostra sui capolavori del museo Pushkin di Mosca esposti al Palazzo della Ragione, accompagnato dalla direttrice di Castelvecchio Paola Marini. Strada facendo ha voluto rivedere gli affreschi delle Case Mazzanti in piazza delle Erbe, dei quali proprio lui avviò il recuperò un quarto di secolo fa. Si accomoda nella Cappella dei Notari, ritornata (quasi, i guasti tardo ottocenteschi del Boito sono ahimé irrimediabili) all'antico splendore. «Non la conoscevo», confessa subito, «nei miei anni veronesi qui era tutto chiuso e in restauro. È un vero gioiello, con meravigliosi dipinti del Dorigny. Bellissimo, un teatrino barocco straordinario». Col duplice occhio di soprintendente e direttore di museo, apprezza molto anche l'intervento di restauro di Tobia Scarpa. «Pulito, rigoroso, sembra fatto apposta per ospitare mostre». Coinvolto in prima persona nell'accordo che ha portato l'Hermitage di San Pietroburgo a Ferrara, trova interessante l'operazione Pushkin su Verona, ma esclude di fare qualcosa di simile nel suo nuovo incarico. «I Musei Vaticani non si fidanzano con nessuno, devono giocare un ruolo universale , super partes», dichiara. E poi lancia un primo proclama. «Mi sono accorto che le richieste di prestiti da tutto il mondo ai Musei Vaticani sono in crescita esponenziale. È il business delle mostre che frulla opere per l'intero globo tearracqueo, ma noi dobbiamo stare attenti, per non fare la fine di Topolino nell'episodio dell'Apprendista stregone di Fantasia di Disney e finire travolti. Non voglio fare il fondamentalista, perché le mostre hanno prodotto circolazione di idee, restauri, curiosità e attenzione da parte del pubblico, crescita della cultura di massa, ma ritengo sia giunto il momento di darsi delle regole. In primis un codice deontologico che stabilisca quali sono le opere inamovibili, che non possono mai per nessuna ragione essere date in prestito, e per Verona una di queste è la Pala del Mantegna. E poi che si fanno le mostre solo se c'è qualcosa da dire, non come eventi acchiappaturisti». Paolucci è convinto che andrebbe poi incrementata la conoscenza della rete museale dei piccoli centri, il cui modello migliore a livello nazionale è forse il Veneto. E che in una città come Verona i musei dovrebbero far parte di un sistema dove costituirebbero le tappe di un percorso che si snoda in tutta il tessuto urbano, «perché spesso le opere più belle non si trovano nemmeno nei contenitori, ma la città stessa è caratterizzata dalla pervasività e dall'ubiquità museale, è essa stessa un museo». Dalle parole del neo direttore dei Vaticani traspare un grande amore per la nostra città «A Verona ho passato gli anni più belli della mia professione. Abitatvo in piazza Broilo, dietro il Duomo, e la mia camera da letto dava su Ponte Pietra. Ogni sera il fruscio dell'Adige mi addormentava. E al mattino mi recavo a piedi sino alla Dogana di Ponte Navi in Sovrintendenza. E mi riempivo gli occhi e il cuore». Nel momento stesso in cui invita a visitare Castelfranco, Bassano, o Conegliano più che l'Accademia, gli Uffizi o gli stessi Musei Vaticani, esaltando il modello veneto, Paolucci punta il dito però contro la sciagura che ha colpito il Veneto nell'ultimo mezzo secolo. «Hanno distrutto il vero patrimonio artistico e culturale della regione, il paesaggio. Oggi lo puoi vedere solo nei quadri dentro i musei o nelle chiese, perché nella realtà non c'è più, mangiato dai capannoni».
VERONA - Elogi e critiche al modello veneto da Paolucci Quanti capolavori nella mia Verona
Antonio Paolucci, ex sovrintendente dei Beni artistici di Verona, è tornato nella città dopo un quarto di secolo. Ha visitato la mostra sui capolavori del museo Pushkin di Mosca esposti al Palazzo della Ragione e ha riveduto gli affreschi delle Case Mazzanti. Ha anche visitato la Cappella dei Notari, che ha apprezzato per i suoi dipinti del Dorigny. Paolucci ha espresso la sua ammirazione per la città e ha lanciato un appello per la protezione del patrimonio artistico e culturale del Veneto, che ha subito una grave distruzione negli ultimi anni.
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