VENEZIA - «Sarebbe ora di avere un direttore generale della Biennale veneziano. Possibilmente un trentenne, per dimostrare che le competenze in città ci sono e vanno supportate». L'appello (indiretto) al neo presidente della fondazione veneziana Paolo Baratta, arriva dall'architetto Roberto D'Agostino, veneziano d'adozione, già assessore alla Pianificazione e ora presidente dell'Arsenale spa che ospita uno dei due «cuori» pulsanti della Biennale, l'Arsenale, appunto. E così, dopo la nomina di Baratta da parte del ministro ai Beni Culturali Francesco Rutelli, il voto quasi plebiscitario delle Commissioni Cultura della Camera e del Senato, non manca che consiglio di amministrazione di oggi nel corso del quale si dimetterà il presidente uscente Davide Croff. I riflettori, insomma, sono tutti sul nodo da sciogliere del nuovo direttore, un vero e proprio «braccio destro» che Baratta, secondo i bene informati sceglierà in completa autonomia. In città circolano ancora due nomi, quello di Gaetano Blandini, pupillo di Rutelli che potrebbe lasciare il ministero per sbarcare in laguna e Maurizio Cecconi, ex assessore al Turismo e oggi anima di una mini potenza, la Villaggio Globale che sforna mostre di successo. «Dovessi scegliere - dice Marco De Michelis, preside della Facoltà di Design e Arti di Iuav - non penserai mai a Cecconi che ha sposato un'idea perversa di cultura, le mostre le facciano i musei, le gallerie d'arte. Ma che il prossimo direttore generale debba essere un veneziano è vero. Basta guardarci intorno, da Palazzo Grassi alla Cini passando per uno degli ultimi assessori alla Produzione Culturale "foresto" (Sandro Parenzo ndr), non ne abbiamo ricavato certo un grande arricchimento. Ricordiamoci che il problema vero della Biennale è ricostruire un legame vero con il territorio, non facciamo i provinciali dicendo che qualsiasi cosa arrivi dall'esterno è migliore di ciò che potremmo offrire noi». Una puntualizzazione che si potrebbe applicare anche alla seconda nomina più attesa, quella del prossimo direttore del settore Architettura, un incarico per cui circola il nome di un altro «ex» veneziano, Francesco Dal Co che, però, smentisce recisamente dicendo che ha già dato come direttore di una passata edizione ma a cui aspirerebbe anche lo stesso De Michelis in procinto di candidarsi. Il mondo culturale veneziano, insomma, reclama una presenza forte, nei punti chiave del colosso-Biennale anche se la precedente esperienza, un presidente veneziano doc come Croff, si è conclusa fra le polemiche. Più cauto il giudizio di Angela Vettese, altra veneziana d'adozione alla guida della Bevilacqua La Masa e docente a Design e Arti. «Anche a mio avviso il nuovo direttore dovrebbe essere relativamente giovane, nel senso di giovane ma con un minimo di esperienza, però sulla provenienza vedo prò e contro - commenta Angela Vettese - essere veneziani è un indubbio vantaggio vista la conoscenza della città. Può essere, però, anche un'arma a doppio taglio, si rischia di perpetuare anche i vizi di questa città Importante, invece, il fattore età, penso a presenze giovani nel resto del mondo. Alla Serpentine Gallery di Londra c'è Hans Ulrich Obrist, al New Museum di New York c'è il nostro Massimiliano Gioni, tutti giovani anche alla Tate Modern sempre a Londra. Solamente in Italia si deve arrivare ai 50 anni per essere considerati papabili». Taglia corto, invece, Luca Massimo Barbero, curatore alla Collezione Peggy Guggenheim che spiega: «La provenienza del direttore è irrilevante, il vero busillis è capire chi decide davvero all'interno di una struttura quasi intoccabile come quella della Biennale».