Mesi di scontri con Cacciari e Galan: «Sono un manager, i dati parlano da sé» «Sono stato costretto a lasciare la Biennale e non capisco ancora perché, visto che non ci sono stati contrasti personali né con il sindaco Massimo Cacciari, né con il presidente della Regione Giancarlo Galan, che pure hanno chiesto e ottenuto dal ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli la mia sostituzione, nonostante egli fosse favorevole a riconfermarmi. Sono un manager e ho sempre lavorato per l'istituzione, con risultati oggettivi che sono sotto gli occhi di tutti, ma anche con l'autonomia indispensabile per ottenerli. Certamente non sono un politico e in incarichi di questo tipo, invece, esserlo spesso conta. Comunque rifarei tutto ciò che ho fatto». E' amareggiato Davide Croff per la mancata riconferma alla presidenza della Biennale, dopo il fuoco di sbarramento di Cacciari e Galan, con il suo consigliere Franco Miracco nel ruolo di artificiere, ma nel giorno dell'addio, con stile, non polemizza direttamente con i suoi detrattori in Biennale, anche se il suo messaggio a chi lo ha combattuto è chiarissimo. Quando ha capito che non sarebbe stato riconfermato alla presidenza? «A ottobre, quando è stato lo stesso ministro a dirmelo, sulla base dell'atteggiamento di Comune e Regione. Fino ad allora ero convinto che, nonostante le polemiche e un ultimo anno difficile, i risultati ottenuti mi avrebbero consentito di continuare il mio lavoro». Al suo posto, arriva Paolo Baratta. «E' la cosa che mi fa più piacere, siamo amici da trent'anni e sono certo che, come ho fatto io rispetto a quanto lui aveva fatto in precedenza, porterà avanti il mio lavoro nella stessa maniera. Se al mio posto avessero nominato un intellettuale o un grande uomo di spettacolo, avrei capito il desiderio di cambiamento. Ma Paolo Baratta è come me, è un similCroff lo dico, naturalmente, con la più grande stima e dunque, sono pronto a scommettere, porterà avanti il mio stesso progetto. In questo mi sento un vincitore. La Biennale non è una "nave pirata" (il titolo del recente convegno della Regione su di essa ndr), ma un'istituzione che porterà avanti, come sempre, il ruolo che già ha nella storia». E allora perché hanno voluto mandarla via? «E' una domanda che non va fatta a me, ma una cosa è sicura: non dipende certo da come ho guidato la Biennale. I cambiamenti che ora si invocano ci sono già: l'attività lungo l'intero arco dell'anno, l'internazionalizzazione, il rapporto con la città, l'interdisciplinarietà. Si può fare meglio, ma non si inventa nulla». Cacciari e Galan l'hanno spesso accusata di aver tenuto il Consiglio all'oscuro di molte decisioni. «Non è così, il Consiglio è sempre stato informato di tutto, basta consultare i verbali» Lei si è spesso lamentato dell'atteggiamento di Venezia e dei veneziani nei confronti della Biennale. «Sono veneziano, ma ho lasciato la città nel '72, per seguire il mio percorso professionale. Ho trovato una città cambiata e rassegnata, preoccupata solo di problemi come i flussi turistici e il proliferare dei bed and breakfast, in parte incapace di apprezzare una grande istituzione come la Biennale, di essere orgogliosa e di sentirsene parte». Quale il suo errore? «Credere che i risultati ottenuti mi avrebbero garantito la riconferma, l'ho pensato sino all'ultimo. In questo, forse, c'è stata un pizzico di presunzione da parte mia, senza considerare gli aspetti politici, di cui non mi occupo». Paga il fatto di essere amico di Paolo Costa? «Su questo non ho nulla da dire, se non che Paolo Costa e Massimo Cacciari sono stati due sindaci molto diversi», Lei ha certamente portato più contributi privati alla Biennale, ma dalla fondazione i privati continuano a restare fuori. Perché? «E' un problema strutturale. La riforma del 2003 non è mai stata completata e per entrare nel Consiglio della Biennale un privato dovrebbe versare circa 6 milioni di euro a fondo perduto, più un altro milione di contributo annuo. Impossibile trovarne, a queste condizioni». Che Biennale lascia a Baratta sul piano economico? «Una Biennale con il fiato corto, perché i contributi pubblici in sei anni si sono praticamente dimezzati. Abbiamo turato le falle e chiuso in pareggio, ma per avviare nuove attività, servono risorse». Lei ha sollevato il problema del governo della Biennale e del ruolo che gli enti territoriali hanno in essa. «E' certamente un'anomalia che la Biennale, finanziata soprattutto dallo Stato, che ha su di essa obblighi di vigilanza, sia poi retta in Consiglio da una maggioranza fatta da enti territoriali come Comune, Provincia o Regione, che su di essa investono molto male. Si possono anche lasciare le cose così, ma allora è necessario fare chiarezza». Croff e i suoi direttori. Robert Storr l'ha delusa con la sua esternazione finale? E con Marco Muller vi siete sopportati oppure capiti? «Storr ha avuto più fondi e più tempo di chiunque altro per fare la sua Biennale, che è stata comunque eccellente, anche se lui si è rivelato meschino. Muller è stato un direttore della Mostra del Cinema di grande qualità, a cui è stato semplicemente necessario dopo il primo anno avere dei paletti, non sempre graditi, sul piano organizzativo per far funzionare meglio il festival, come è avvenuto» L'hanno "crocifissa" per non aver contrastato la Festa di Roma. «Avevo ragione io, perché la Festa non ha tolto nulla a Venezia, essendo una manifestazione del tutto diversa. Ha fatto solo da stimolo e ci abbiamo guadagnato».