E pensare che sabato scorso Torino, sua città d'adozione, aveva acceso sulla cupola della Mole la sua istallazione al neon intitolata «Serie di Fibonacci». Il giorno dopo, appena compiuta e sistemata la sua ultima opera, Mario Merz ci ha lasciati, nella Milano dove era nato, nel 1925. I funerali avranno luogo oggi, alle 11, nella milanese Chiesa di San Fedele. Certamente alcune delle maggiori soddisfazioni sono giunte a Merz proprio in questi ultimi mesi. Due settimane fa a Tokyo gli è stato assegnato il Praemium Imperiale per la Scultura, una sorta di Nobel dell'Arte, mentre ai primi di luglio si è inaugurata una sua mostra nel Forte del Belvedere a Firenze. Poco prima era stata anche esposta una sua spirale al neon nel contesto monumentale dei Fori Imperiali, a Roma. Tutto ciò è il coronamento di un percorso cinquantennale che ha sancito il ruolo di profondo innovatore dell'arte contemporanea italiana svolto da Merz. Dopo un periodo di formazione, nei primi anni Cinquanta, nel quale Merz ha pagato dazio all'esistenzialismo dell'Informale, l'artista individua nell'energia naturale ed umana il motivo privilegiato della sua ricerca. A metà degli anni Sessanta, proprio per simboleggiare un'iniezione di energia nel corpo dell'arte, Merz perfora la superficie delle tele con tubi al neon. Dal 1967 diventa uno dei più carismatici protagonisti dell'Arte Povera, teorizzata da Germano Celant e subito affermatasi a livello internazionale. Merz si mette in luce come demiurgico manipolatore di materie naturali, uno sciamano che tenta di mettere in rapporto le energie della natura con quelle dell'uomo. Usa spesso il neon, il vetro, l'argilla, il fango, la cera, le fascine, oppure giornali accatastati e biciclette. Tre sono, in particolare, le presenze ricorrenti della sua ricerca, spesso collegate reciprocamente: l'igloo, archetipo architettonico primitivo che si apre verso il futuro; la spirale, forma matematica e simbolica che si ripete rinnovandosi; la serie di Fibonacci (una progressione numerica in cui ogni elemento è la somma dei due antecedenti. Ai primi di luglio, per «Il Tempo», lo abbiamo intervistato non appena si era diffusa la notizia della sua affermazione nel Praemium Imperiale giapponese. Anche allora Merz aveva manifestato uno dei suoi maggiori pregi: la volontà di lavorare per il presente. «Io non sono un artista che lavora - ci diceva Merz - chiuso nel suo studio. Io faccio opere che sono dentro la vita del mondo. Io mi identifico completamente col luogo in cui vado a lavorare, divento di volta in volta romano o fiorentino o napoletano». Anche l'esperienza dell'Arte Povera è stata vissuta da Merz non come un fatto storicizzabile ma come un work in progress perennemente attuale. «L'Arte Povera - ci raccontava Merz- ci insegna ad opporci alla disumanizzazione tecnologica».
Mario Merz, sciamano per riunire la natura all'uomo
Mario Merz, artista italiano, è morto. I funerali si terranno oggi a Milano. Merz aveva appena completato la sua ultima opera a Torino e aveva ricevuto il Praemium Imperiale per la Scultura a Tokyo. La sua mostra a Firenze si era inaugurata pochi giorni prima. Merz era un innovatore dell'arte contemporanea italiana e aveva svolto un ruolo importante nell'Arte Povera. La sua ricerca si basava sull'energia naturale ed umana e utilizzava materiali come il neon, il vetro e l'argilla. Merz era noto per la sua volontà di lavorare per il presente e per la sua capacità di identificarsi con il luogo in cui lavorava.
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