Uno strumento scientifico per mostrare agli addetti ai lavori e ai comuni visitatori quanto del Giotto "autentico" si sia irrimediabilmente dissolto in sette secoli. Ed è insieme un allarme: facciamo in modo che il degrado non proceda ancora. Altrimenti rischiamo di perdere per sempre intere porzioni di quello straordinario capolavoro», dice Giuseppe Basile, gran nome dellIstituto centrale del restauro, una vita passata dietro a Giotto (prima a Padova e poi dal 1997 al 2005 ad Assisi dopo il terremoto). Ecco, dunque, comerano gli affreschi nel momento in cui lautore finì il suo lavoro alla Basilica Superiore: lo stupefacente cobalto dellazzurrite dello sfondo, le dorature, i pigmenti rari, le preziose lacche. E' il frutto di tre anni di studi compiuti sui 280 metri quadrati delle Storie di San Francesco proprio per volere di Basile che ha coordinato, a restauro ormai concluso, un progetto di alto valore scientifico con lEnea (lente nuove tecnologie, energia e ambiente), lIstituto centrale per il restauro e il Sacro Convento di Assisi. Prima sono state analizzate chimicamente e strutturalmente tutte le sostanze pittoriche della superficie. 1 tecnici si sono soffermati soprattutto sulla biacca che, alterandosi, ha virato nei secoli verso il marrone scuro «scompensando totalmente il rapporto cromatico delle composizioni e allontanandole notevolmente dal loro aspetto iniziale», come scrive nella relazione Fabio Fernetti, che ha materialmente realizzato le ricostruzioni. Lo stesso è capitato con lazzurrite, diventata verdastra. Una sola scena, la «Canonizzazione di Francesco», non è stata ricostruita proprio per il suo gravissimo stato di degrado. Ritrovati le densità e i timbri cromatici originali, le ventisette Storie, unica esclusa quella troppo lacunosa, sono state fotografate in dimensioni 30 centimetri per 30 circa (un decimo degli originali) col sistema digitale, ritoccate con programma Photoshop e poi letteralmente ridipinte a mano con acquerelli e tempere tenendo conto al millimetro delle indicazioni certificate dalle analisi dellEnea e dellIstituto centrale. Il tutto è ora visibile in un volume appena uscito (Giotto com'era, De Luca editori darte). Il volume ospita interventi di Padre Vincenzo Coli del sacro convento, del sottosegretario ai Beni culturali Danielle Gattegno Mazzonis, del direttore dellIstituto centrale Caterina Bon Valsassina. Ma è quasi certo che il lavoro si trasformerà presto in una mostra allestita ad Assisi. Commenta Basile: «Lintervento manuale eseguito con le tecniche più antiche e tradizionali è stato fondamentale. Il semplice uso del computer non ci avrebbe mai consentito di ottenere un risultato così colmo di sottigliezze e sfumature. Riemerge la sontuosità non solo delle materie ma anche dei motivi decorativi che fanno da contorno alle Storie, ora pressoché illeggibili». Soprattutto, sostiene, loperazione è utilissima per un rinnovato giudizio critico sul ciclo: «Se lo sfondo azzurro riprende la sua compattezza originaria si recupera appieno anche la fondamentale scoperta del nostro autore, ovvero la prospettiva. Lazzurro malridotto e lacunoso altera ora lequilibrio complessivo dellintera composizione». Naturalmente non si pensa di restituire tutto ciò allattuale originale giottesco, nessuna teoria del restauro riterrebbe minimamente accettabile un simile intervento. Le preoccupazioni ora sono rivolte al futuro della conservazione. Qui Basile propone un forte argomento: «Nella ricognizione del 1993 sono stati asportati ben 8o chili di polveri miste a sostanze inquinanti. Il frutto di una "gestione quotidiana" errata, tenendo conto che la superficie pittorica è ridotta a poco più di una reliquia a causa di spolverature e pulizie compiute nei secoli su una superficie solo apparentemente liscia e compatta». Quindi sarebbe tempo, dice, di superare ogni «viscerale sottovalutazione» e di dotare la Basilica di un filtro dingresso con sistema anti-polvere, simile a quello che funziona dal gennaio 2000 alla Cappella degli Scrovegni di Padova dopo il lungo restauro. Il tono non è banalmente polemico ma quelle righe riflettono la reale preoccupazione di chi ha studiato per anni una superficie pittorica fondamentale per la storia dellarte italiana. E' che ora rischia di svanire, un po come nella straordinaria scena degli affreschi romani in «Roma» di Federico Fellini. Il libro servirà a riaprire un dibattito scientifico e non emotivo sulla necessità della «bussola» allingresso della Basilica Superiore?